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venerdì, 03 luglio 2009

Una scuola da democratizzare

L’UNICA DEMOCRAZIA OGGI POSSIBILE E PRATICABILE NELLA SCUOLA E’ LA DEMOCRAZIA A PARTECIPAZIONE DIRETTA

L’esperienza di lavoro, più che decennale, nella scuola pubblica italiana (ma credo che il discorso valga a maggior ragione anche per quella privata) mi ha insegnato, attraverso frequenti casi e circostanze assolutamente negative, che attualmente non esiste più alcun margine, né spazio di agibilità e libertà sia democratica che sindacale, e tantomeno politica, nella vita e nel funzionamento dei cosiddetti “organi collegiali”, a partire dal Collegio dei docenti, che ironicamente ho ribattezzato “degli indecenti”.

Come si è verificato in molteplici occasioni, persino le idee e le proposte che sono indubbiamente da apprezzare nel merito, in virtù delle finalità dichiaratamente a favore degli alunni, inevitabilmente finiscono per suscitare reazioni di perplessità, di critica e dissenso rispetto alle modalità impiegate, che non costituiscono un aspetto secondario o marginale, né un elemento di pura formalità procedurale, in quanto i metodi e le regole formano la base su cui poggia un’autentica democrazia collegiale. Tale deficit, ovvero l’assenza di regole e di trasparenza democratica, si avverte sempre più spesso sia in fase di elaborazione e di creazione progettuale, quindi in fase di discussione e di approvazione formale, sia in fase di esecuzione pratica e operativa.

Per citare un caso recente ed emblematico, che investe la scuola dove (ahimè) insegno, una delle circostanze più amare, spiacevoli ed infelici che ho registrato, concerne le modalità e le procedure decisionali adottate in merito ai cosiddetti “Corsi di recupero”.

Premesso che tali interventi compensativi sono un’iniziativa senza dubbio valida e persino eccellente, essendo finalizzata al recupero a beneficio degli alunni che nel corso dell’anno hanno evidenziato lacune, lentezze o difficoltà sul piano degli apprendimenti e dei contenuti disciplinari, è quantomeno da obiettare che la proposta sia supportata da un’ampia condivisione della base collegiale. Infatti, sono di imprescindibile necessità quelli che ad altri appaiono evidentemente come oziose e noiose procedure burocratiche da eliminare o rimuovere. Mi riferisco a quei preziosi momenti di riflessione, dibattito e partecipazione collettiva che sono valori essenziali tanto, se non più del merito stesso di un’idea o di un progetto, per quanto nobile, originale e impareggiabile possa essere.

Le procedure democratiche del confronto, della partecipazione e della ratifica collegiale non possono essere sminuite o degradate al livello di un arido formalismo burocratico, come ormai accade in molte realtà scolastiche, laddove i Collegi dei docenti sono esautorati di ogni potere di controllo e decisione, sono privati della libertà di discutere e confrontarsi sulle questioni. In tali contesti le delibere non scaturiscono da un confronto sincero, né poggiano su basi di compartecipazione e corresponsabilità corale. Ormai è evidente che gli organi collegiali sono stati svuotati e ridotti a luoghi privi di ogni libertà democratica, divenendo centri di mera ratifica formale delle decisioni assunte altrove.

Nella scuola odierna, più che in quella del passato, è possibile, oltre che necessario, ripristinare e rilanciare un metodo di gestione effettivamente corale e partecipativo. In tale ottica conta molto più il metodo che la finalità di un progetto, in quanto è più importante il modo in cui si raggiunge uno scopo, ossia il come, anziché il cosa. Nel nostro caso, il metodo da recuperare si chiama “democrazia partecipativa”, o “democrazia diretta”: è la democrazia suprema dell’autonomia personale, il massimo possibile di democrazia in una società come la nostra e in una scuola come la nostra.

In tempi di transizione e di passaggio epocale come quelli che stiamo vivendo, la democrazia è un organismo estremamente fragile e precario, nella misura in cui le inquietudini e le insicurezze derivanti dalla grave recessione economica in atto e dalla crisi sociale, mettono seriamente a repentaglio le libertà individuali. L’attuale situazione economico-politica nazionale e internazionale evidenzia simili rischi; infatti, sono in grave pericolo i diritti e le libertà democratiche delle persone.

Ebbene, in simili fasi storiche di transizione e trapasso, segnate da una profonda crisi sociale, economica e politica, l’unica democrazia effettivamente possibile non è quella formale e rappresentativa di stampo borghese, basata sul meccanismo della rappresentanza liberale, ovvero la democrazia delle deleghe elettorali, su cui poggia il sistema politico-istituzionale tuttora vigente. Oggi l’unica democrazia davvero possibile e praticabile, da rivalutare, è esattamente la democrazia a partecipazione diretta.

Nella scuola questa formula è incarnata nella democrazia collegiale, l’unico esempio di democrazia realmente possibile e praticabile. Non esistono altre forme o modalità organizzative. L’alternativa sarebbe semplicemente l’assenza di democrazia, di regole condivise e di trasparenza, ovvero la deriva verso il personalismo e l’autoritarismo, il dirigismo e il verticismo, la censura e la manipolazione delle idee e delle persone.

Pertanto, è necessario riscoprire ed applicare un metodo di gestione politica basato sulla più ampia partecipazione e condivisione collettiva possibile, un metodo di organizzazione e di direzione collegiale da mettere in pratica sin dalle fasi iniziali di elaborazione e creazione di qualsiasi progetto o iniziativa scolastica che investe l’istruzione e la formazione delle giovani generazioni.

Lucio Garofalo

postato da: ComProlRes alle ore 12:52 | link | commenti
categorie: italia, politica, scuola, informazione, lavoratori, lucio garofalo
giovedì, 02 luglio 2009

Lettera aperta ad un amico di sinistra

Caro Domenico,

 

quelli del Guardian e dell’Independent, a volte anche quelli del bravissimo Robert Fisk, sono proprio i classici “argomenti di sinistra” che io non condivido.

Io valuto le cose innanzitutto da un punto di vista che reputo in questa fase nodale: quello dell’antimperialismo. Non mi fermo qui, ma quello è il primo filtro che applico.

Perché? Perché quella che stiamo vivendo (e che è destinata ad approfondirsi) non è una crisi economica, più o meno grave ma dello stesso tipo di altre, non è la “crisi del capitalismo” come sognano i marxisti-per-finta, ovvero gli ultrasinistri che non hanno capito nulla di cosa è successo dal 1848 (Manifesto del Partito Comunista) ad oggi e ripetono le formulette come zombie. E infine non è nemmeno la crisi del neo-liberismo, come vorrebbero ad esempio quelli del PdCI e di Rifondazione, nostalgici del keynesismo sociale. E’ una crisi di assetti di potere internazionali.

 

1. La sinistra (che io distinguo dagli anticapitalisti e dagli antimperialisti, cioè da quelli che una volta si chiamavano “comunisti”) ha il magico dono di essere quasi sempre confusionaria e superficiale. Un bel frullatino, ed ecco che siamo di fronte alla crisi del neo-liberismo inteso come estremo risultato del “modello di sviluppo” capitalistico (che cosa? il capitalismo sarebbe un “modello di sviluppo”?).

Di Lenin la sinistra ha capito solo le cose che invece era meglio scordarsi: le “fasi supreme del capitalismo”. Sono 150 anni che si aspettano le “crisi terminali” del capitalismo. Non c’è stato cambiamento nel modo di operare del capitalismo che non sia stato salutato come una “fase suprema”. E dato che non si sa più che storia raccontarsi (dopo che si è scoperto che la Grande Narrazione Proletaria era una favola che ha fatto collassare l’URSS e cambiare rotta di almeno 90 gradi alla Cina), ecco che ci si inventa l’equazione capitalismo=neo-liberismo, con tanto di limiti ultimi ecologici.

La Natura al posto del Proletariato come contraddizione insormontabile. Tra tutte le soluzioni possibili per inventarsi la nuova Grande Narrazione è la più scombinata, perché l’uomo e i suoi rapporti sociali spariscono come cause e rifanno capolino solo come effetti. Un vero e proprio ritorno agli dei antropomorfi, a Giove Pluvio che scatena i temporali.

Io non nego che ci siano limiti ecologici allo sviluppo senza (un) fine del capitalismo. Anzi, è la cosa più logica. Ho comunque i miei dubbi che siano quelli che ci vengono raccontati, spesso con fare isterico. Ma più che altro rammento sempre che così come i potenti si facevano le guerre tra loro anche se provocavano pestilenze di cui essi stessi rischiavano di rimanere vittime, allo stesso modo potremmo anche andare arrosto senza aver intaccato una sola virgola dei meccanismi capitalistici, se non rimettiamo in testa i rapporti sociali, tra cui i rapporti di potere. Non rischiamo forse da oltre mezzo secolo l’olocausto nucleare? Non è un limite ecologico anche quello? E che limite!

 

2. E quindi? Io parto dal presupposto teorico e fattuale che il neo-liberismo e la globalizzazione siano stati un modo per cercare di gestire la crisi sistemica statunitense. Cioè la crisi della capacità degli USA di coordinare ed egemonizzare i meccanismi di accumulazione capitalistica mondiali.

La crisi sistemica precedente, cioè quella dell’egemonia Britannica, ha visto la guerra dei trent’anni, 1914-1945 tra Stati Uniti e Germania per subentrare alla Gran Bretagna come potenza egemone, ha visto la crisi del ’29, ha visto la nascita dei fascismi storici, e infine dopo la vittoria degli Alleati ha visto il ristabilimento di un nuovo ordine mondiale egemonizzato dagli USA (ovviamente esteso solo in modo imperfetto sul pianeta: essendo il capitalismo basato su sviluppi differenziali e conflitti di potere, non ci può essere un “capitalismo universale”, ultraimperialistico).

Questo ciclo egemonico statunitense è entrato in crisi nel 1971.  Da allora si è fatto di tutto per rilanciarlo: gestione della stagflazione e poi violentissima deflazione, finanziarizzazione, programmi di Guerre Stellari, globalizzazione, guerre imperiali dopo la  caduta del Muro di Berlino (Croazia, Bosnia, Serbia, Somalia, Afghanistan, Iraq due volte), utilizzo dell’estremismo islamico (vedi ad esempio la Cecenia), e poi “rivoluzioni colorate”: Serbia, Bielorussia, Ucraina, Kirghizistan, Georgia, tentativi poco chiari o  maldestri di ingerenza in Tibet e in Birmania, tentativi per fortuna non riusciti in Venezuela e in Bolivia (e infatti in Honduras si è ricorsi a un classico golpe).

 

3. Non c’erano, in certi casi, anche gravi contraddizioni interne che hanno facilitato il rovesciamento dei governi o il tentativo di farlo? Certo, a volte c’erano e a mio avviso la “rivoluzione verde” iraniana è spia di importanti contraddizioni in quel Paese, ma ne riparlerò solo dopo che la crisi sarà passata, perché adesso esse sono, come si sarebbe detto una volta, contraddizioni secondarie.

A volte invece sono state inventate; a volte sono state ampliate o fatte incancrenire ad arte (è il caso del Kosovo, dove una non-pulizia etnica, come ha stabilito in seguito l’OCSE, era descritta, Veltroni docet, come “un genocidio secondo solo ad Auschwitz”; dove una organizzazione criminale come l’UCK veniva rifornita di armi dalla Nato; dove semmai c’è poi stata una pulizia etnica contro i Serbi, i Rom e gli Ebrei, ma gli intellettuali di sinistra, come Adriano Sofri o Astrit Dakli del Manifesto, si sono guardati bene dal parlarne.

A parte tutto questo, il punto principale è che di queste contraddizioni (quando reali), delle sofferenze della popolazione che si dichiara di volere aiutare, della democrazia, eccetera, eccetera, di tutto ciò ai giochi imperiali non frega proprio un bel nulla. La parola “democrazia” è la meno citata nei report e negli studi geostrategici, se non come possibile arma da guerra.

 

4. Siamo attualmente di fronte a uno scontro globale di poteri statali in cui gli Stati Uniti sono in questa fase l’attore più pericoloso.

Capisci cosa vuol dire concretamente per gli USA vedersi ridimensionare al ruolo di grande potenza ma non superpotenza dominante? Capisci ad esempio che cosa vuol dire per gli USA avere un dollaro carta-straccia che non si può più sostenere sul predominio militare-politico statunitense ma è mantenuto in vita dalla benevolenza degli altri, ovvero dai loro giochi intrecciati d’interessi, perché tale è la “benevolenza”? Capisci cosa vuol dire per la sua tenuta sociale (parliamo di un Paese senza ammortizzatori sociali, un grande Far West capitalistico) un ridimensionamento dei livelli di consumo? Capisci perché se la crisi si aggrava non è fantascienza un attacco contro l’Iran, come ha per altro minacciato Kissinger, che significherebbe avere l’economia mondiale in ginocchio il giorno dopo e in questo procurato deserto la ancora ineguagliabile forza militare e politica statunitense cercare di fare il buono e il cattivo tempo con rischi inenarrabili?

Vogliamo evitare gli incubi? Allora bisogna ragionare con coordinate antimperialistiche e non di sinistra (a meno che la sinistra non le adotti, cosa che non sembra voler fare). Vogliamo evitare gli scenari da incubo? Allora dobbiamo mobilitarci contro tutte le manovre imperialistiche statunitensi e i loro colpi di coda.

 

5. La sinistra nei confronti dell’imperialismo ha sempre fatto bau-bau a parole, ma alla prova dei fatti si è di solito allineata. Che altro è successo all’inizio del secolo scorso durante la Grande Guerra? La sinistra di allora ha votato i crediti di guerra per sostenere i propri imperialismi (onore a Lenin che ha invece tirato fuori la Russia dal grande macello).

Che cosa ha fatto la sinistra in Italia durante il secondo governo Prodi dopo le oceaniche dimostrazioni contro le guerre di Bush? Ha votato i creditini di guerra, rifinanziando l’invasione dell’Afghanistan - l’unico che non c’è stato, Turigliatto, è stato cazziato persino dalla Rossanda: l’importante era tenere in vita un’accozzaglia immonda che evitasse il ritorno del Berlusca; non era smettere di fare da pedalino alle strategie imperiali di Bush. Per non parlare della guerra alla Serbia del post-comunista D’Alema.

Tanti bau-bau liturgici contro la guerra in Afghanistan e quella in Iraq (perché, ci piacevano forse i Talebani e Saddam Hussein?) si sono rivelati per quel che erano: piagnistei pseudo-umanitari in stile pretesco. Ben vengano i preti a fare i preti, ben vengano i boy-scout a fare i boy-scout, ma il compito dei comunisti non era diventare una massa di boy-scout senza calzoni corti ma con le bandiere del Che, o una massa di preti senza clergyman che inneggiano ai matrimoni gay di Zapatero (che poi già nel 2007 costui abbia fatto fare più di 660.000 respingimenti di immigrati non ci interessa, noi ci incazziamo per i 500 respingimenti di Maroni nel 2009 - e ovviamente con Gheddafi. E’ un argomento di “destra”? Anche i marocchini ammazzati perché cercavano di immigrare clandestinamente a Ceuta nel 2005? E il blocco navale denominato in codice “Operazione bandiere bianche” nel Canale d’Otranto deciso dal primo governo Prodi e costato la vita il giorno di Pasqua del 1997 a 85 albanesi? E’ un altro argomento di “destra”? Beh, allora cerchiamo di farli diventare di sinistra questi argomenti!).

Il compito, addirittura classico, dei comunisti sarebbe stato quello di egemonizzare quei movimenti, indirizzarli verso una coerente politica antimperialista.

E invece, eccoci qui alla prova dei fatti. Stretti tra il Gandhi statunitense Barack Obama e il Gandhi iraniano Mir-Hossein Mousavi, inneggiamo alla “lotta per la libertà dei giovani, degli studenti, dei lavoratori e delle donne iraniani”.

Perché bisogna dire così. Esattamente come si deve sempre aggiungere “l’unica democrazia in Medio Oriente” quando si parla di Israele, “la più grande democrazia del mondo” quando si parla di India, bisogna dire “leader moderato” quando uno si stende a pedalino, “leader estremista” quando invece difende gli interessi dei suoi, “pazzi” quando si parla dei leader della Corea del Nord, “musi gialli disonesti e imbroglioni” se si parla dei  Cinesi, e “l’unico indiano buono è un indiano morto” se si parla di Pellerossa, allo stesso modo quando c’è una “rivoluzione colorata” è buona creanza dire che è fatta da “giovani, studenti, lavoratori e donne”.

Verifiche? E che? Si verifica un assioma e specialmente un assioma che non dice nulla?

 

6. Mi rendo conto benissimo che i percorsi soggettivi sono complessi e le motivazioni anche, ma l’effetto è che hic et nunc appoggiare la rivolta colorata (verde in questo caso) è esattamente come votare i crediti di guerra. E’ esattamente come sostenere l’invasione dell’Afghanistan e quella dell’Iraq (amo forse Ahmadinejad?). I distinguo sono per dopo, tutto il continuum sociale tra individuo e stato-nazione lo indagheremo dopo la crisi. Sarà obbligatorio farlo, anche in termini politici. Oggi non si può, perché è in corso un attacco imperialistico all’Iran.

Se non lo si capisce non solo non eviteremo, ma rischieremo noi stessi di fare disastri che possono avere conseguenze catastrofiche.

E’ un discorso cinico? Al contrario. Il cinismo è quello di chi sfrutta il malessere degli altri per i propri fini. E quando finiranno i fumi della disinformazione e, come è successo in Kosovo, in Romania, in Venezuela, inchieste serie chiariranno alcuni misteri, sono sempre più convinto che l’uccisione della giovane Neda Sultan diventerà un simbolo di questo cinismo. Mi posso ovviamente sbagliare, ma potrebbe proprio finire così.

 

D’altra parte, non lo sapeva già il Manzoni: “E il premio sperato promesso a quei forti, sarebbe, o delusi, rivolger le sorti ...”?

 

Un abbraccio.

 

Piotr

mercoledì, 01 luglio 2009

L'UE e la riduzione dei diritti sociali pensionistici

L'Unione Europea e la retorica dei principi della parità e dell'uguaglianza per l'ulteriore riduzione dei diritti sociali pensionistici

 

Il sistema pensionistico italiano, come i suoi omologhi europei, è sotto attacco da ormai quasi vent'anni. Le prime riforme strutturali applicate nel clima di allarmismo mediatico circa l'insostenibile peso delle pensioni, furono applicate nel 1992 (riforma Amato) e nel 1995 (riforma Dini).

Quest'ultima, in particolare, con l'istituzione del sistema contributivo in luogo del sistema retributivo stravolse il vecchio sistema pensionistico nazionale fondato sul principio di solidarietà intergenerazionale tra giovani e anziani. Il pagamento delle pensioni in tal modo, anziché manifestarsi come esplicita forma di redistribuzione del reddito tra chi lavora e chi, per ragioni anagrafiche, di invalidità fisica o di accumulazione di anni di lavoro, cessa di lavorare, si manifesta invece come risparmio individuale accumulato nel tempo. L'introduzione del sistema contributivo ha mutato radicalmente lo stesso significato della pensione: non più sostegno reddituale, socialmente garantito, conforme all'entità del reddito da lavoro percepito durante la propria attività, ma accumulazione di risparmio personale su cui computare, tramite il meccanismo attuariale e in funzione della vita media attesa residua, la rendita da percepire.

In questo quadro è venuta meno totalmente la ragione sociale del sistema pensionistico pubblico fondato su meccanismi solidaristici sia verticali (tra generazioni) e orizzontali (tra i diversi percettori delle prestazioni pensionistiche) e il ruolo dello Stato è limitato a quello di mero intermediario assicuratore.

La riforma Dini, in continuità con gli obiettivi della riforma Amato, provocò, proprio tramite l'introduzione del metodo di calcolo contributivo, un'ulteriore drastica riduzione dei tassi di sostituzione, ovvero del rapporto tra prima pensione percepita e ultimo stipendio. In particolare tutte quelle categorie di lavoratori legati a contratti atipici, in rapidissima diffusione già dalla seconda metà degli anni '90 e costituenti oggi una larga fetta del mondo del lavoro, complici le ridotte aliquote contributive di tali tipologie contrattuali, hanno tassi di sostituzione attesi di bassissimo livello (anche con un età di pensionamento pari a 65 anni e con 35 anni di contribuzione, i tassi di sostituzione per i lavoratori parasubordinati sarebbero di gran lungo inferiori al 50%). Tenendo conto del basso livello dei salari e della discontinuità di reddito caratteristica del lavoro atipico, si può ben immaginare il ridottissimo livello della pensione attesa per questa categoria di lavoratori.

La revisione dei coefficienti tecinici di sostituzioni calcolati in base ai cambiamenti della durata della vita media attesa al momento del pensionamento, riduce ulteriormente i tassi di sostituzione per tutte le categorie di lavoratori. La scelta di effettuare tala revisione su base triennale e non più decennale, sancita definitivamente dal governo Prodi con il protocollo del welfare del 2007,   accelererà la caduta delle prestazioni pensionistiche negli anni a venire.

Alla drastica riduzione dei tassi di sostituzione e dei tassi di rendimento interni delle pensioni, la politica economica ha creduto di ovviare tramite l'incoraggiamento progressivo della previdenza complementare gestita dai fondi pensione, chiusi ed aperti. Scelta confermata dalla devoluzione del TFR, tramite il meccanismo del silenzio-assenso, alla previdenza complementare. In tal modo, uno strumento pensato storicamente come una forma di salario differito, facente parte dei diritti acquisiti dei lavoratori, è stato utilizzato per riempire il vuoto creatosi con il taglio delle prestazioni pensionistiche. Le disastrose prestazioni dei fondi pensione privati già verificabile ben prima dell'attuale crisi economica internazionale, sembra non aver minimamente influenzato la scelta di affidare la pensione dei lavoratori all'imprevedibile instabilità dei mercati finanziari internazionali governati da speculazione di breve periodo.

In questo quadro generale, con una pensione pubblica drasticamente ridotta e legata alle possibilità oggettive di versamenti contributivi da parte del lavoratore e un pilastro complementare in balìa del caos finanziario, la discussione circa l'aumento di età pensionabile per le donne in nome del principio di parità e di uguaglianza di genere, lascia quanto meno perplessi. Il sistema contributivo, per sua stessa natura, già penalizza fortemente l'uscita dal mercato del lavoro in età non avanzata, tramite il meccanismo attuariale basato sul computo della vita media attesa residua. La riforma Maroni del 2004, confermata nella sostanza dal protocollo del Welfare del governo Prodi (2007), ha già incrementato di cinque anni l'età minima per maturare i diritti pensionistici subordinata comunque all'accumulazione di almeno 35 anni di contribuzione. A decorrere dal 2013 tale età minima sarà fissata a 62 anni.

La pensione di vecchiaia, che consente di ricevere i benefici pensionistici (sempre in ragione dei contributi versati) indipendentemente dall'età anagrafica, è fissata invece a 65 anni per gli uomini ed a 60 anni per le donne. Ciò significa che per le donne l'aumento previsto dal protocollo del Welfare dell'età minima subordinata al raggiungimento dei 35 anni di contribuzione, ha un significato soltanto fino a 60 anni, dal momento che è questa la soglia in cui si può percepire comunque la pensione di vecchiaia.

L'Unione Europea già nel 2007 aveva intimato all'Italia il raggiungimento della parità tra uomini e donne, naturalmente una parità tesa al rialzo dei limiti anagrafici, con l'equiparazione dell'età pensionistica per entrambi i sessi a 65 anni.

Nel sistema contributivo il problema dell'età pensionistica, dal punto di vista della cosiddetta sostenibilità finanziaria del sistema, non si pone affatto. La scelta circa l'entità della rendita vincolata al momento del pensionamento dovrebbe essere liberamente rimessa al lavoratore. Posto che sia accettabile l'idea di fissare in ogni caso un'età minima al di sotto della quale non è  possibile cessare l'attività lavorativa ricevendo i propri risparmi accumulati sotto forma di pensione, non si capisce assolutamente perché tale età debba essere fissata proprio a 65 anni.

L'attenzione insistente verso l'ulteriore aumento dell'età pensionabile, per giunta nell'ambito del sistema contributivo, dimostra semplicemente l'univoca volontà di ottenere ulteriori avanzi di cassa di breve periodo, in un contesto in cui il rapporto entrate-uscite degli istituti previdenziali è già positivo, cavalcando così l'idea che le risorse economiche per gli interventi sociali non possono essere aumentate nel complesso, ma soltanto dirottate da un ambito ad un altro. In tal modo la spesa pensionistica viene ideologicamente messa contro la spesa sociale per i più giovani o per altri soggetti sociali, creando un fittizio scontro generazionale e tra lavoratori basato su una concezione del tutto arbitraria di scarsità delle risorse finanziarie disponibili a fini sociali. Si sono già moltiplicati in questi giorni proclami di analisti, politic ed esponenti del mondo confindustriale a favore di una distribuzione delle risorse ottenute tramite l'aumento dell'età pensionabile per le donne, a favore di altri interventi sociali, come la costruzione di asili nido.

Il tutto, alla base, sarebbe giustificato dall'idea che la spesa pensionistica nazionale sia eccessiva e più alta rispetto alla media europea e che questo penalizzerebbe altre voci della spesa sociale. Dato in verità falso, poiché basato su confronti distorti da almeno due circostanze: nella spesa pensionistica italiana vengono inclusi gli oneri assistenziali (2% del Pil) che in altri paesi europei sono invece a carico della fiscalità generale; inoltre la spesa nazionale per pensioni è calcolata al lordo delle trattenute fiscali (che incidono per il 2% del Pil), laddove in altri Stati come la Germania essa è computata al netto. In altri paesi, come Francia e Ighilterra è invece il peso fiscale in sé ad essere più basso.

L'adeguamento a 65 anni dell'età pensionabile femminile è ritenuto fondamentale, così, per la riduzione di una spesa pensionistica ritenuta fuori misura, laddove non solo i dati smentiscono questa idea nei suoi termini relativi, ma confermano al contrario che a fronte di un sensibile invecchiamento della popolazione, la spesa non aumenta, ovvero si sceglie di dare ad ogni pensionato una fetta sempre più piccola della spesa sociale per pensioni.

In un sistema di tipo retributivo, in cui la sostenibilità sociale è obiettivo preminente ed in cui sono garantite, pertanto, prestazioni pensionistiche elevate e commisurate al reddito percepito con il lavoro (a prescindere dalla stretta correlazione con i contributi individuali versati), potrebbe avere un senso porre la questione dell'età pensionabile nel contesto di invecchiamento demografico. Il problema peraltro andrebbe comunque posto in termini strettamente sociali, valutando cioé tutte le possibili fonti contributive e fiscali per sostenere una popolazione anziana crescente, sulla base di un patto sociale di solidarietà intergenerazionale.

Tuttavia in un sistema contributivo la corsa all'aumento dell'età pensionabile è del tutto pretestuosa visti i meccanismi attuariali di riduzione della rendita annua al diminuire dell'età di pensionamento.

Il problema delle pensioni italiane oggi non è certo costitutio dall'età di pensionamento né da una presunta (falsamente) e concettualmente arbitraria insostenibilità finanziaria. Il vero problema è l'insostenibilità del sistema contributivo nel garantire prestazioni pensionistiche decorose ai lavoratori i quali di fronte alla caduta verticale dei tassi di sostituzione si trovano costretti a ricorrere alla supposta panacea della previdenza privata la cui inefficacia sul piano dei costi complessivi e del rapporto rendimento-rischio dovrebbe essere stata ampiamente dimostrata dai fatti. La vastità delle risorse pensionistiche in gioco, tuttavia, attrae fatalmente istituti bancari e assicurativi che da anni premono per la devoluzione dei contributi dei lavoratori sotto la loro profittevole gestione. Svilire in continuazione il sistema pensionistico pubblico riducendone le prestazioni e aumentando l'età pensionabile è soltanto funzionale a creare uno stato delle cose che metta i lavoratori di fronte alla via obbligata e folle del ricorso massiccio al secondo pilastro (la previdenza complementare) e consenta allo stesso modo allo Stato di fare cassa per devolvere le risorse altrove.

Di fronte all'ennesimo tentativo di mettere in discussioni i diritti pensionistici, è necessario ribadire che il problema della sostenibilità finanziaria, oltre ad essere nei fatti inesistente (si vedano gli attivi dell'INPS), quand'anche dovesse porsi va presentato in termini sociali. I margini di azione sul lato delle entrate, d'altro canto, sono estremamente ampli: politiche di piena occupazione; aumento dei contributi per i lavoratori atipici, per ciò che riguarda le potenziali entrate contributive; e infine coperture fiscali qualora le esigenze lo richiedano.

Altri due aspetti della questione riguardano infine le contraddizioni tra politiche previdenziali e il problema dell'occupazione, specie nel contesto dell'attuale crisi economica.

In un momento in cui la disoccupazione aumenta impietosamente e rischia di aumentare ulteriormente in assenza di interventi pubblici, è del tutto insensato pensare di innalzare l'età pensionabile, andando in tal modo ad aggravare la disoccupazione giovanile. Molti analisti e commentatori descrivono, in verità, uno scenario del tutto opposto. L'idea sarebbe che aumentando l'età pensionabile e, in generale, riducendo le prestazioni pensionistiche, sarebbe possibile diminuire il costo del lavoro tramite la diminuzione del carico contributivo stimolando l'occupazione. Si tratta di un punto di vista secondo cui la disoccupazione cronica che affligge l'Europa da vent'anni oggi in rapido aumento a causa della crisi economica internazionale, dipenderebbe da un mercato del lavoro rigido e costoso. Di qui l'idea di ridurre il costo del lavoro e flessibilizzare i contratti (politiche attuate dai diversi governi succedutisi dalla metà degli anni '90 ad oggi). Tuttavia la disoccupazione cronica europea non ha nulla a che vedere con il costo del lavoro, ma con la totale assenza sia di politiche della domanda, sia di politiche industriali a guida statale. A dimostrarlo empiricamente vi sono casi come quello della Spagna in cui il costo del lavoro è più basso della media Europea, ma la disoccupazione è rimasta a livelli molto alti e si trova oggi, in piena recessione, a livelli elevatissimi Lievi aumenti dell'occupazione prodotti con la demolizione del diritto del lavoro sostanziale, oltre a non risolvere affatto il problema alla radice, producono nuova occupazione precaria, ricattabile, priva di garanzie nel presente e nel futuro in termini di posizione pensionistica acquisibile.

Inoltre in questo specifico momento di recessione le imprese in crisi chiedono al governo interventi pubblici a sostegno del capitale tramite i pre-pensionamenti nel tentativo di socializzare le perdite. E' del tutto evidente una scissione di intenti insita negli interessi di confindustria: da un lato rivendicare l'intervento pubblico a copertura della propria crisi tramite cassa integrazione o pre-pensionamenti; dall'altro, spingere sull'acceleratore delle riforme pensionistiche per evidenti cointeressanze nell'affare della previdenza complementare.

L'aumento dell'età pensionabile femminile, proposto a partire dall'espediente retorico della parità di diritti tra uomo e donna, è un provvedimento inutile, dannoso e antisociale e paradossale in una fase di acuta e drammatica crisi economica e sociale. Il vero nodo del problema pensionistico italiano non è la sostenibilità finanziaria, ma l'adeguattezza delle prestazioni pubbliche che il sistema contributivo non riesce a garantire e che viene demandata all'inaffidabile e speculativa previdenza complementare. Una volta ripristinato un sistema pensionistico pubblico che assolve realmente la propria funzione sociale specifica, è poi possibile parlare di età pensionabile e di eventuale equiparazione tra uomo e donna. 

Lorenzo Dorato

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categorie: politica, europa, diritti, analisi, pensioni, liberalizzazioni

L'ALBA da oscurare e la strategia del serpente

Come dovrebbe essere noto, in Honduras è in corso un colpo di stato che indebolisce il fronte antimperialista latino americano. Infatti il deposto presidente Zelaya è alleato a Chavez nella lotta per una politica di maggior equità sociale e di indipendenza dai diktat dello strapotere statunitense, aderendo alla cosiddetta "Alternativa Bolivariana per le Americhe". Ed è esplicitamente per questo motivo che il golpista Roberto Micheletti lo ha defenestrato costringendo per ora il legittimo presidente all’esilio.

Nelle strade della capitale Tegucigalpa 1.500 dimostranti si sono scontrati con le forze di sicurezza nei pressi del palazzo presidenziale.

Formalmente gli USA, tramite Hillary Clinton  hanno condannato il golpe. Di fatto io mi chiedo chi in centro america può fare un golpe senza coordinarsi con gli USA. E infatti, la nota della Clinton finisce invitando le “parti” a trovare una soluzione in comune.

Stesse parole usate dalla Unione Europea che ha esortato che “le opposte fazioni trovino una soluzione pacifica e democratica in Honduras e a questo fine avviino subito il dialogo, nel rispetto dello stato di diritto”.

Capito l’antifona? Io faccio un colpo di stato e mando via te presidente democraticamente eletto. Però io non sono un criminale, bensì una “opposta fazione” con cui il presidente eletto deve scendere a compromessi “nel rispetto dello stato di diritto”.

E’ proprio vero che “democrazia”, “elezioni”, “stato di diritto” sono termini che ognuno può utilizzare a proprio piacimento.

E quale sarebbe questo compromesso? Né USA né UE lo dicono apertamente, ma è evidente: l’Honduras deve uscire da ALBA, l’alternativa bolivariana per le Americhe.

E’ proprio per questo che è stato fatto il golpe! Un po’ di fantasia, perdiana!

 

Piotr

martedì, 30 giugno 2009

Riprendiamoci il nostro corpo

0. Premessa.

La fase politica attuale si fa sempre più drammatica. Le categorie solite usate dalla sinistra per districarsi nel reale o si rivelano essere fatte dello stesso materiale dei sogni, come diceva Shakespeare, o ripropongono percorsi che si sono rivelati fallimentari o sono inattuabili. Le caratteristiche e la gravità della situazione non consentono più eclettici affastellamenti di desideri, atteggiamenti e ipotesi. La situazione è grave e quindi richiede di essere affrontata in modo serio: qual’è la natura della crisi che stiamo attraversando? Da questa risposta dipendono concreti atteggiamenti politici, concrete scelte che possono divergere moltissimo anche se la differenza iniziale può sembrare leggera.

Se si pensa che siamo di fronte alla “crisi del capitalismo” (aspettata almeno ogni trent’anni dal 1848), si agirà in un certo modo puntando tutto su qualche forma presunta del conflitto capitale-lavoro. Se si pensa che siamo di fronte alla crisi del neo-liberismo, si trarranno alcune conseguenze specifiche (ad esempio un ritorno al keynesismo sociale e all’economia mista). Ovviamente c’è chi fa ancora più confusione e pensa che il neo-liberismo sia uno stadio finale del capitalismo, così che la sua crisi  è di fatto la crisi del capitalismo (che non si capisce mai bene se abbia motivazioni sociali, economiche o ecologiche, oppure in che modo, in che misura e con quale diffusione queste motivazioni eventualmente si intreccino).  

Se si pensa invece che il neo-liberismo e la globalizzazione siano stati un tentativo di gestione della ben più ampia crisi della capacità statunitense di far sistema globale, cioè di coordinare ed egemonizzare i meccanismi mondiali di accumulazione del capitale, l’attuale congiuntura sarà valutata come la crisi di uno strumento, crisi quindi che necessariamente fa riemergere di prepotenza la contraddizione di fondo che si cercava di gestire con quello strumento, che è una crisi di assetti di potere internazionali tra competitor che hanno come necessari referenti differenti stati-nazione. 

Se così è, come penso che l’evidenza storica, quella teorica e quella dei fatti testimonino, occorre rivedere i presupposti su cui si è mossa per anni la sinistra “alternativa” o “radicale” o “no-global”.

Rivedere presupposti che hanno contraddistinto intere storie collettive e personali, le nostre storie collettive e personali, non è cosa semplice e costa molta fatica, specialmente psicologica e relazionale. Ma è un lavoro che va fatto, per onestà e per necessità, perché siamo giunti a degli snodi estremamente delicati e gravidi di conseguenze.

Ad ogni modo, per le ragioni che ho esposto, ho poca propensione per la categoria di “tradimento” in senso specifico. I tradimenti in senso specifico esistono, ma sono limitati e circostanziati nelle persone e nei fatti.

Utilizzo invece prevalentemente, per capire come vanno le cose, le categorie aristoteliche di “generazione e corruzione”. Cioè tento di comprendere la “corruzione” (dell’anima in questo caso) come l’esito di un processo. E’ in quest’ottica che ho concepito le note che seguono.

 

Piotr

 

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categorie: riflessioni, comunismo, sinistra, analisi, comunisti, piero pagliani

Iran: una sinistra agghiacciante in scenari da brivido

1) Negli Stati Uniti i bene informati, tra cui l’ex Segretario di Stato ispiratore dell’assassinio di Allende e del golpe di Pinochet in Cile, ben prima che si tenessero le elezioni iraniane, già sapevano che ci sarebbe stato il tentativo di far cadere Ahmadinejad con una sommossa in caso di sconfitta di Mousavi, e citavano esplicitamente una “Green Revolution” (si vedano ad esempio le dichiarazioni dell’Assistente al Tesoro durante la presidenza Reagan, Paul Craig Roberts: “Questo è il culmine di due anni di destabilizzazione”? Le proteste iraniane sono un’altra “rivoluzione colorata” orchestrata dagli USA?”).

Come facevano a saperlo?

Una bella domanda che pone molti dubbi circa il ruolo delle ONG e delle organizzazioni no-profit statunitensi specializzate nelle “rivoluzioni colorate” (si pensi alla Georgia, all’Ucraina, al Kirgizistan, - in tutti questi casi i presidenti rieletti erano stati accusati di brogli: un copione monotono; e si pensi al tentativo di rovesciare il presidente venezuelano Hugo Chavez e a quello più recente contro il presidente boliviano Evo Morales).

C’è chi si è lanciato a dire che Mousavi è il Gandhi o il Martin Luther King iraniano. A parte, come vedremo, la sciocchezza in sé, ricordo che organizzazioni come l’Einstein Insitutution si sono specializzate nell’utilizzo della “non-violenza” come arma da guerra. Tecniche descritte in un eccezionale numero di “Report”.

 

2) Mir-Hussein Mousavi è stato primo ministro sotto Khomeini dal 1981 al 1989. Uomo chiave iraniano nel sordido affare Iran-Contra, dove gli Americani vendevano armi all’Iran con l’intermediazione del Mossad israeliano e il ricavato delle vendite foraggiava segretamente gli squadroni della morte anticomunisti in Nicaragua (i cosiddetti “Contras” antisandinisti), Mousavi si distinse per il massacro di migliaia e migliaia di comunisti, socialisti, laici o islamisti di sinistra iraniani che erano stati protagonisti della rivoluzione contro lo scià Reza Pahlavi, anch’egli noto torturatore e massacratore di socialisti, comunisti e progressisti, un fascistoide diventato satrapo persiano grazie a CIA statunitense e SIS britannico che avevano rovesciato il miglior uomo politico mai avuto dall’Iran moderno, il primo ministro Mohammad Mossadeq, accusato di idee marxiste, in realtà reo di aver nazionalizzato petrolio e gas, come oggi Chavez e Morales.

Il premierato di Mousavi è caratterizzato anche dagli 800.000 morti iraniani della guerra con l’Iraq, iniziata quando Saddam Hussein decise di attaccare l’Iran a seguito di ripetute provocazioni militari di frontiera da parte dei khomeinisti (con bombardamenti con armi israeliane di villaggi curdi del Nord dell’Iraq; incidentalmente, voglio rilevare che il famoso sterminio coi gas della cittadina curda di Halabja attribuito a Saddam Hussein, in realtà sembra proprio che sia stata opera di Mousavi). Queste sono le credenziali del “Gandhi iraniano”.

 

3) Come tutti sanno, Mousavi si era proclamato vincitore molto prima della chiusura dei seggi. Non è stato un errore. E’ stata una mossa psicologica per poter convincere il mondo e i suoi supporter che la (del tutto prevista) vittoria di Ahmadinejad era una truffa. La vittoria per 2-1 di Ajmadinejad era stata infatti prevista da almeno trenta sondaggi internazionali. Addirittura, sbigottite inchieste riferivano che la comunità ebraica iraniana avrebbe votato compatta per il presidente uscente. La necessità di annunciare prima la propria vittoria - a urne ancora aperte - per poi denunciare i brogli ha scoordinato alcuni gruppi che non possono essere definiti che di facinorosi, che hanno iniziato a sfasciare e anche a sparare prima della proclamazione stessa dei risultati.

Le accuse di brogli si sono basate sul fatto che i risultati sono giunti poche ore dopo la chiusura dei seggi. Cosa invece tecnicamente plausibile visto il gran numero di seggi, le poche schede per seggio e la semplicità della votazione (un solo nome per scheda). Per convincere la gente che c’erano stati enormi brogli sono state applicate collaudate tecniche di disinformazione. L’accusa di brogli tale da invalidare l’abissale distanza di più di 11 milioni di voti era una bufala, un imbroglio preordinato da un copione collaudato in altre situazioni, come abbiamo visto. Vogliamo qualche riprova? Bene. Come mai un servizio del Jerusalem Post è stato in grado di descrivere esaurientemente il fenomeno del Twitter Iraniano solo pochissime ore dopo che è iniziato? E come è iniziato? Il 13 giugno, 30.000 tweets incominciano a fluire con aggiornamenti freschi sulla situazione scritti per la maggior parte in Inglese (perché?) e inviati da una manciata di utenti neo-registrati e tutti con l’identica foto-profilo.

 

4) Ma qual’è la composizione sociale di questa “rivolta”? I nostri media si sforzano a dipingerla come vasta, coinvolgente i “giovani” (che tipo di categoria sociale è “giovane”?), le “donne” (anche qui: tutte le donne? di ogni estrazione sociale?). Ovvero la “parte migliore del paese”.

Ma gli osservatori (di sinistra) più attenti, non-italiani, ci forniscono un altro quadro. Non ci vuol molto: basta utilizzare un minimo di categorie sociologiche. 

 

5) La dinamica dell’uccisione della giovane Neda Sultan, diventata icona di martire dei contestatori, è controversa. Sembra appurato, confrontando molti siti, che non era una dimostrante (checché ne dica Lidia Menapace nel suo stile crepuscolare su Liberazione: “Mentre sulla piazza i ragazzi del movimento si chinano sgomenti e commossi sul corpo della loro giovanissima compagna uccisa”) ma stava conversando, lontano dai dimostranti,  col suo insegnante di musica. Se non altro come possibilità, ricorda la dinamica dell’uccisione provocatoria di 60 persone messa in opera a Caracas durante il tentativo di rivoluzione colorata anti-Chavez da cecchini addestrati da personale israeliano. Certo, dato che la dinamica non è sicura potrebbe essere stato anche un basij a sparare alla giovane. Ma questa fretta da avvoltoio della sinistra italiana lascia sgomenti.

 

6) L’ex Segretario di Stato USA, Henry Kissinger, ispiratore del golpe fascista di Pinochet in Cile e dell’uccisione del presidente socialista Allende, ha dichiarato che se la “rivoluzione verde” dovesse fallire, gli USA dovrebbero attaccare l’Iran.

E’ uno scenario agghiacciante. Si sa che in caso di attacco i sottomarini iraniani bloccherebbero totalmente i passaggi delle petroliere nel Golfo, mettendo in ginocchio l’economia mondiale da un giorno all’altro.

Potrebbe essere proprio quello che vuole una potenza la cui egemonia mondiale è contestata e la cui economia potrebbe essere già in ginocchio in quel momento (parliamo ovviamente degli USA)?

 

7) Nemmeno queste catastrofiche prospettive fanno aprire le meningi alla sinistra italiana e farla per lo meno riflettere sul suo protervo appoggio ai “combattenti per la libertà” iraniani, infischiandosene esplicitamente delle terribili manovre imperiali in corso: “Si capisce o no che non si tratta di vedere se Obama ce la fa o se ce la fa l’Inghilterra, secondo logiche imperiali?” (sempre Lidia Menapace, colei che votava i crediti di guerra e poi alla parata del 2 Giugno faceva notare “l’inutilità delle Frecce Tricolore e l’enorme sperpero di denaro pubblico che comportava”). Una protervia e una mancanza di riflessione atipiche, fortunatamente, nel panorama mondiale.

 

Io ripeto quel che penso:

a) La lotta di potere tra il duo Kamenei-Ahmadinejad e Rafsanjani.Mousavi ha anche catalizzato la protesta di una classe media in crescita;

b) Rifiutare le istanze della classe media, specialmente quelle di carattere culturale (che solitamente sono quelle che più interessano agli strati medio-bassi della classe media, che non è mai una classe compatta), vuol dire votarsi a esplosione o a implosione (vedi URSS o vedi al contrario Cina); per contro la casse media nei paesi emergenti è storicamente veicolo di forte polarizzazione delle ricchezze, un processo che deve essere governato e contrastato.

c) Gli USA hanno tentato di trasformare questo scontro fisiologico tra la montante classe media e l’establishment al potere, in un’arma per spostare l’asse del potere iraniano verso le sue componenti più disponibili o apertamente filo-statunitensi, che ci sono sempre state. Quindi, come al solito, l’ingerenza USA non ha nulla a che fare con i desideri e gli ideali dei “giovani” e delle “donne” (di questa classe media). Non gliene può fregar de meno. Altrimenti non avrebbero fatto 1.300.000 morti per buttar giù il regime iper-laico di Saddam Hussein.

d) Un’implosione o un’esplosione dell’Iran aprirebbe scenari d’instabilità catastrofici, che attirerebbero subito gli USA come il miele fa con l’ape, o meglio come una pecora sfinita fa con un lupo ormai affamatissimo durante un inverno rigido privo di selvaggina. Potremmo essere a quel punto sulla soglia di uno scontro di ampia portata tra le grandi potenze che insistono sul “cuore della Terra”.

e) Infine un attacco all’Iran, americano, israeliano o congiunto, aprirebbe scenari come quello precedente con l’aggiunta di un drammatico collasso dell’economia mondiale.

 

Vogliamo evitare, per quel che possiamo, questi due scenari uno più spaventoso dell’altro? Bisognerebbe allora chiedere con mobilitazioni simili a quelle contro le guerre di Bush, la fine delle ingerenze esterne e dell’isolamento dell’Iran (da parte europea o nazionale: è ovvio che non si sta parlando di India, Cina o della Russia che in questi giorni al G8 si sta opponendo a una dichiarazione sbilanciata contro l’Iran). Sarebbe un modo per favorire una metamorfosi non distruttiva di quel Paese e della sua indipendenza. Metamorfosi a mio avviso inevitabile (in quanto non penso che uno stato-nazione si riduca ad apparati di potere o a circoli di complottatori - che pure ci sono).

Sarà mai possibile arrivare a ciò se non si smettono prima le mini-ingerenze piagnucolose e falso-umanitarie della sinistra? No.

La vedo male.

 

Piotr

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mercoledì, 24 giugno 2009

In memoria di Giovanni Arrighi

Dopo una battaglia contro un tumore durata un anno Giovanni Arrighi si è spento il 18 giugno scorso nella sua casa di Baltimora, città dove insegnava Sociologia alla Johns Hopkins University.

Nanni, come lo chiamavamo, era nato in Italia  nel 1937 e si era laureato in economia all'università Bocconi di Milano nel 1960.

Dopo un breve periodo d’insegnamento nel nostro Paese, nel 1963 si recò in Africa, per insegnare all'Università della Rhodesia (ora Zimbabwe).

Lì resse il circolo di pensatori liberali che sostenevano attivamente il movimento di liberazione nazionale, ma a seguito delle azioni di repressione del governo  dovette uscire dalla Rhodesia per sfuggire all’arresto. Si stabilì così in Tanzania dove si mise a insegnare all’Università di Dar es Salaam, dove strinse relazioni con militanti e singoli intellettuali africani (ad esempio fece parte del cosiddetto “Committee of Nine Lecturers”, un gruppo internazionale e interdisciplinare che si prefiggeva lo scopo di articolare proposte da presentare alla Conference on the Role of the University College, Dar es Salaam, in a Socialist Tanzania”).

Risalgono a quel periodo le elaborazioni che portarono al lavoro edito da  Einaudi nel 1969: “Sviluppo economico e sovrastrutture in Africa”.

In questo saggio venivano analizzati i meccanismi politici ed economi di passaggio dal periodo coloniale a quello dell’allora supposto sviluppo post-coloniale, ad esempio il ruolo dei partiti che si autodefinivano “socialisti” come surrogati di inesistenti borghesie nazionali, o venivano elaborate categorie economiche per spiegare il passaggio all’economia capitalistica, come quella di “effort-price” ovvero  “prezzo in termini di fatica” (“l’unica categoria di costo possibile per un’economia nella quale il salario non rappresenta ancora un fenomeno sociale”).

Il 1969 è anche l’anno del suo rientro in Italia dall’Africa.

E in questo momentaneo rientro nasce la breve storia del mio incontro con questo grande maestro.

Nel 1971 fondò a Milano assieme ad altri militanti ed intellettuali il Gruppo Gramsci. Il clima era quello della frantumazione del movimento studentesco e della riaggregazione nei gruppi della cosiddetta “sinistra rivoluzionaria”. Tuttavia a Milano il Movimento Studentesco si stava già trasformando in gruppo politico extraparlamentare con esplicite tendenze staliniste, così che la lotta politica interna aveva preso una piega molto più dura e del tutto particolare rispetto al resto d’Italia.

Il mio liceo era notoriamente una roccaforte del Movimento Studentesco quando  con altri militanti avevamo iniziato a riunirci con l’ala dissidente del movimento universitario che già era in contatto con Nanni Arrighi. Il tutto in un clima un po’ carbonaro tanto è vero che quando decisi di difendere esplicitamente in una affollatissima assemblea le posizioni dei dissidenti, scoprii con sorpresa di non essere isolato come credevo (il tema del dissidio era in quell’occasione se si sarebbe andati incontro ad una “repressione generalizzata” - tesi del nucleo dirigente che così voleva spingere verso l’unità “antifascista” delle sinistre - o ad una  “repressione selettiva” - tesi dei dissidenti).

Da quel momento, ero all’ultimo anno di liceo, entrai ufficialmente nel Gruppo Gramsci. E fu nelle sue riunioni che conobbi Nanni. Le facevamo a volte nel piccolo salotto della casa che lo ospitava, letteralmente invaso da pile di libri di economia, sociologia e matematica, libri che a noi liceali facevano un effetto reverenziale e un po’ esoterico.

E’ di Nanni l’impronta delle “Tesi del Gruppo Gramsci” del 1972 dove si sosteneva che il capitalismo era un modo di produzione che normalmente produceva crisi. Accompagnò l’uscita delle Tesi una canzone scritta da Gianfranco Manfredi il cui refrain recitava: “La crisi è strutturale/è nata col capitale./Sta in mezzo al meccanismo di accumulazione./ Il riformismo non sarà una soluzione.

In realtà, Nanni Arrighi, aveva incominciato a comporre i pezzi del suo immenso puzzle intellettuale che lo portò anni dopo al concetto di “crisi sistemica di un ciclo egemonico di accumulazione” (ciclo egemonico che è un concetto, come vedremo, molto simile a quello di “fase monocentrica”).

Quando nel 1973 il Gruppo Gramsci dà vita alla rivista “Rosso” e decise di confluire nell’Autonomia Operaia (tendenza di Toni Negri), Arrighi se ne staccò.

Il problema, a mio avviso, era che nell’operaismo (un’interpretazione che spesso, specialmente ai suoi inizi, fu comunque stimolante) il marxiano “modo di produzione capitalistico” agiva di fatto come un concetto ideal-tipico, con tutti i pregi dei concetti ideal-tipici, ma anche con tutti i loro limiti, sostanzialmente il fatto che per diventare astrazioni determinate e non pure ipostatizzazioni, essi devono essere continuamente rivisti e la loro capacità di mettere ordine nel caos dei dati empirici deve essere messa continuamente in discussione e storicizzata, esattamente come i concetti paradigmatici delle altre scienze. L’alternativa è spingere sempre di più il pedale dell’astrattizzazione.

Penso che sia in parte dovuto a questi motivi se Arrighi non seguì l’evoluzione del Gruppo Gramsci, così come - per motivi meno coscienti ed elaborati, ma simili - non la seguii io.

Infatti la seconda opera, “Geometria dell'imperialismo” (Feltrinelli, 1978), aggiungeva un nuovo tassello alla sua visione e cercava di sistematizzare in uno schema logico quelle considerazioni  di carattere storico che già nelle Tesi davano ai cicli sviluppo-crisi un carattere ricorsivo legandolo, questa era la grande novità, al concetto storico di stato-nazione.

In realtà, per Arrighi non si può parlare di capitalismo senza usare quelle due nozioni (ma possiamo aggiungere che senza di esse non si può parlare nemmeno di anticapitalismo).

Infatti per Arrighi il capitalismo nasce da una lunga differenziazione tra il Potere del Territorio e il Potere del Denaro e dalla necessità interna ai meccanismi di accumulazione da un lato, e ai meccanismi di dominio ed egemonia dall’altro lato, di un scambio politico tra questi due poteri. Uno scambio necessario ma conflittuale.

Per Arrighi, le contraddizioni principali nel sistema capitalistico sono dovute al feroce conflitto (sostanzialmente di potere) tra differenti segmenti e schieramenti capitalistici, alleati in determinate fasi con differenti poteri territoriali, conflitto che è insito nella logica stessa del capitalismo. In questo quadro le lotte delle classi subordinate possono ricevere l’impronta dalla lotta intercapitalistica o, come nella crisi sistemica attuale, sono state esse stesse a condizionare il conflitto intercapitalistico, che tuttavia rimane solitamente (ma non necessariamente sempre) la contraddizione principale sulla scena.

E’ questo in grande sintesi uno dei capisaldi del saggio del 1994 “The Long Twentieth Century. Money, Power and the Origins of Our Times” (tradotto in Italiano dal Saggiatore nel 1996).

In questo lavoro, scritto dopo il suo trasferimento negli Stati Uniti e nell’ambito della sua collaborazione col Centro Fernand Braudel e con la State University di New York Binghamton, ovvero con la cosiddetta scuola della World System Analysis, venivano ripercorsi i grandi cicli egemonici storici, ovvero i cicli scanditi  da una fase di accumulazione mondiale coordinata ed egemonizzata da uno stato-nazione, dalla crisi spia di questa egemonia, da una fase lunga di transizione dove la finanziarizzazione dell’economia e i conflitti interstatali (due fattori collegati) venivano esasperati, dalla crisi terminale e dal passaggio del testimone ad un nuovo centro (stato-nazione) egemonico.

Secondo Arrighi ora ci troveremmo nel bel mezzo della crisi terminale del ciclo egemonico statunitense. Tuttavia, avvertiva, i fattori che solitamente nei precedenti cicli storici si sono concentrati in un nuovo attore predominante, ovvero egemonia finanziaria, politica e militare, in questo caso sono divaricati: mezzi di pagamento tutti concentrati in Asia e specialmente in Cina e potenza militare-politica concentrata negli USA.

Nonostante quindi l’Asia, e in essa specificatamente la Cina, per una serie di profonde motivazioni storiche e non solo per dati di fatto attuali, possa essere pensata come il prossimo centro egemonico, tuttavia quella divaricazione tiene aperte altre possibilità. E’ quanto possiamo leggere sia in conclusione de “Il lungo XX secolo” sia per tutto il saggio collettaneo “Caos e governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari” (Bruno Mondadori, 2003), curato insieme a sua moglie Beverly Silver.

Arrighi fu anche uno dei primi ad accorgersi che il “capitalismo” cinese non è riconducibile al capitalismo studiato da Marx (anzi, lo chiama “capitalismo smithiano”). Si veda per questo il suo ultimo grande saggio  Adam Smith a Pechino. Lineamenti del ventunesimo secolo” (Feltrinelli, Milano, 2008).

 

Insomma, un pensatore geniale e scomodo, che sparigliava certezze politiche, ingessature scientifiche e ideologiche e quindi pochissimo amato in Italia.

Riflessivo e mai aggressivo, sapeva di avere dalla sua la forza di molte ragioni. Ma nel nostro strano e stralunato Paese dove immensi mediocri sono contrabbandati come maîtres à penser, non poteva avere cittadinanza. L’ha avuta negli Stati Uniti a riprova dell’enorme differenza che c’è tra centro dell’impero e sua periferia.

E così Nanni è morto nella ormai “sua” Baltimora.

Riposi in pace. Noi, al contrario, riflettiamo sulle parole conclusive de “Il lungo XX secolo” che commentavano l’inedita divisione dei tre fattori che uniti avevano storicamente dato origine ai nuovi cicli sistemici:

 

Prima di soffocare (o respirare) nella prigione (o nel paradiso) di un impero mondiale postcapitalistico o di una società mondiale di mercato postcapitalistica, l’umanità potrebbe bruciare negli orrori (o nelle glorie) della crescente violenza che ha accompagnato la liquidazione dell’ordine mondiale della guerra fredda.”

 

Piero Pagliani

 

Roma, 24 giugno 2009
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categorie: riflessioni, memoria, piero pagliani, giovanni arrighi
lunedì, 22 giugno 2009

Occupazione Centocelle: incontro col Prefetto di Roma

Oggi, 22 Giugno 2009, come precedentemente annunciato, si è svolto l’incontro in Prefettura per avviare un ragionamento generale sull’accoglienza e sulle richieste sollevate dopo l’occupazione di via dei Gordiani. Oltre al Prefetto e due sue collaboratrici, era presente una delegazione di rappresentanti dei Rom e delle Romnì di Via di Centocelle, dei Blocchi Precari Metropolitani e dell’Associazione Popica onlus.
Il Prefetto ha dato garanzia che ogni operazione di sgombero dell’insediamento di Via di Centocelle è sospesa fino a che non emerga una soluzione abitativa alternativa. Nel frattempo si è fatto carico di procedere alla richiesta di generatori elettrici e di inoltrare la domanda per la riapertura della fontanella del Parco di Centocelle attualmente chiusa, oltre a confermare gli impegni già precedentemente assunti per rendere sostenibile la momentanea collocazione (WC chimici, cisterna d’acqua potabile, derattizzazione, bonifica del territorio e installazione dei cassonetti dell’immondizia).

Il Prefetto ha inoltre dichiarato di non essere stato direttamente responsabile di interventi dei militari negli insediamenti Rom della Capitale.

Nell’apprezzare la volontà della Prefettura di ricercare una soluzione condivisa alla condizione della comunità Rom di Via di Centocelle, ribadiamo la nostra assoluta contrarietà alla politica dei campi nomadi che anziché garantire il Diritto alla casa, rimangono inaccettabili strumenti di ghettizzazione sociale.
Per questo continueremo a discutere, lavorare e lottare per il diritto ad un’esistenza degna di questa comunità.

Roma, 22 Giugno 2009

Rom e Romnì di via di Centocelle
Blocchi Precari Metropolitani
Popica onlus

Carceri italiane...

Detenuti presenti: 63.217
Detenuti in attesa di giudizio: 31.232
Detenuti condannati con pena residua inferiore a 3 anni: 19.558
Detenuti condannati con pena residua inferiore a 1 anno: 3.214
Detenuti con almeno un figlio: 22.096
Detenuti eccedenti la capienza "regolamentare": 20.040
Tasso di sovraffollamento a livello nazionale: 146%
Regione con maggiore tasso di sovraffollamento: Emilia Romagna (197%)
Regione con maggiore carenza di personale Polizia Penitenziaria: Liguria (-31,6%)


Dati aggiornati al 9 giugno 2009, elaborati dal Centro Studi Ristretti Orizzonti su dati provenienti dal Ministero della Giustizia

C'è da aggiungere altro?!
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categorie: analisi, carcere, sovraffollamento

Rom: non è una questione di ordine pubblico

Questa mattina i rom che due giorni fa avevano occupato l’ex deposito Heineken in via dei Gordiani 40,  per reagire alla minaccia di sgombero, hanno deciso di tornare al campo di via di Centocelle.

La decisione è stata presa dopo l’intervento del Prefetto, della Questura e del Comune di Roma che, dopo avere definitivamente bloccato lo sgombero, hanno garantito l’apertura di un tavolo formale lunedì mattina per trovare una soluzione abitativa a tutti gli abitanti del campo, 300 persone in tutto.

Prima di rientrare nell’insediamento di via di Centocelle, il Comune ha provveduto a portare l’acqua, 10 bagni, i cassonetti e a ripulire la zona dai rifiuti. Nei prossimi giorni verrà predisposta la derattizzazione dell’area.

E’arrivato dunque un segnale differente, ma è evidente che a partire dalla vicenda dei rom di via di Centocelle la città tutta deve alzare la testa per ribellarsi alle politiche di ghettizzazione nei campi e chiedere per i rom un’accoglienza diversa.

La lotta che la comunità di via di Centocelle porta avanti da diversi mesi per il diritto alla casa e alla dignità proseguirà perché non è sufficiente migliorare le condizioni nei campi per vivere decentemente. Così come proseguirà la battaglia per rimanere all’interno del territorio nel quale questa comunità si è inserita, come dimostra il meccanismo di solidarietà che si è sviluppato intorno all’occupazione in questi giorni, a partire dal Municipio VI e dalle scuole, frequentate regolarmente dai bambini fuori dalle logiche assistenzialiste presenti in molti campi.

Lunedì mattina alle ore 12 chiederemo al Prefetto di avviare un ragionamento generale sull’accoglienza e sulle richieste sollevate con l’occupazione di via dei Gordiani: il diritto alla casa prima di tutto, negato a migliaia di italiani e di migranti in questa città, e il diritto a rimanere sul territorio per non disperdere il percorso di inserimento sociale avviato da questa comunità in maniera autorganizzata.

Roma, 20 giugno '08

Rom e Romnì di via di Centocelle

Blocchi Precari Metropolitani

Popica onlus

venerdì, 19 giugno 2009

I tarantolati di Darwin

1. Siamo ancora lontani dal bicentenario della nascita di Marx (1818-2018), ma di una cosa possiamo già essere sicuri, e cioè che tutti i pavoni, i babbioni e i marpioni che parleranno di Marx nel 2018 non avranno praticamente nessun vero serio rapporto con Marx, ma esprimeranno soltanto la medietà ideologica del come la cupola del clero universitario globalizzato esprimerà narcisticamente se stessa sotto il pretesto di parlare di Marx. Non possedendo la sfera di cristallo, non posso sapere se nel 2018 saranno ancora di moda le stroncature postmoderne della Filosofia moderna della Storia, se esse saranno ancora irrise come secolarizzazioni del messianesimo religioso e/o come grandi narrazioni, eccetera, oppure se la presente crisi capitalistica (scrivo nel Maggio 2009)avrà “morso” a sufficienza nel corpaccio parassitario di questi ceti universitari autoreferenziali e se, di conseguenza, la moda del Postmoderno (razionalizzazione filosoficamente elaborata dalla delusione seguita alle illusioni della miserabile generazione del Sessantotto) sarà sostituita da rivalutazioni cicliche di vario tipo (Keynes in Economia, Ratzinger in Teologia, Hegel in Filosofia, eccetera).

Non lo so, e quindi non ve lo posso dire. In dieci anni possono succedere molte cose. Ma se le cose continuano come sono ora, posso razionalmente ipotizzare alcuni scenari, che sunteggerò qui:

 

(a)   Marx è stato meraviglioso, ma il marxismo successivo ha rovinato tutto, con la sua pretesa positivistica di portare al potere la Classe Operaia.

(b)  Marx è stato un mirabile studioso del Capitalismo, anche se purtroppo aveva una deplorevole pulsione utopistica, non si sa bene se per le sue origini ebraiche imperfettamente secolarizzate o per le sue emorroidi, che lo irritavano eccessivamente.

(c)   Marx è sempre attuale, mentre Lenin (ed il suo allievo baffuto Stalin) deve essere gettato nella pattumiera della storia.

(d)  Infine, il pensiero di Marx deve essere comparato con il pensiero della più grande filosofa novecentesca, donna, ebrea e femminista, cioè Hannah Arendt.

(e)   Sulla base del gossip filosofico, e cioè dell’insuperabile modello Silvio - Veronica, si darà particolare enfasi al comportamento maschilista di Marx verso la moglie Jenny e, soprattutto, al fatto che aveva messo incinta la buona domestica tedesca Demuth.

(f)     Benché manchino testimonianze dirette sulle eventuali pulsioni gay di Marx, verranno ripescate le testimonianze di un gay londinese del 1867 (anno di pubblicazione del primo Libro del Capitale), avvicinato da un barbuto tedesco in un pub. Si può pensare che forse sia stato Marx.

 

Date le mie malferme condizioni di salute, non posso essere sicuro di essere presente a questo bicentenario. Ma anche se lo fossi, non verrei sicuramente invitato, data la mia non-appartenenza al clero universitario narcisistico e autoreferenziale, benché il mio “inglese da conferenza” sia relativamente buono.

Costanzo Preve

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categorie: marx, marxismo, micromega, costanzo preve

Nuova occupazione a Roma!

Il pomeriggio di giovedì 18 Giugno, circa 100 rom e romnì provenienti dalla Romania, adulti e bambini, che da oltre un anno erano costretti a vivere in una baraccopoli di via di Centocelle a Roma, hanno deciso di occupare un edificio da tempo abbandonato nel VI Municipio, rivendicando il proprio diritto alla casa.

Già da diversi mesi la comunità ha intrapreso un percorso di rivendicazione dei propri diritti sostenendo convintamente di essere rom e non nomadi, respingendo così il pregiudizio secondo il quale i rom debbano obbligatoriamente essere senza radici. In questo percorso hanno solidarizzato con altri italiani e migranti sempre nella propria autonomia di persone auto-sufficienti. Le richieste presentate sin da febbraio alle Istituzioni competenti, di qualsiasi parte politica, sono sempre rimaste senza alcuna risposta, nonostante la comunità, con la scolarizzazione autonoma dei bambini e il rispetto della legge degli adulti, abbia voluto sempre dimostrare una convinta volontà di interazione con il quartiere e la società.

Proprio alla luce di questo percorso, nell'imminenza di un ennesimo sgombero, in rete altre importanti realtà sociali di questa città, i membri della comunità rom hanno deciso di riappropriarsi del proprio diritto ad esistere e vivere dignitosamente dentro una casa e non rinchiusi in un campo.

POPICA ONLUS, alla luce di un percorso umano intrapreso un anno fa con questa comunità, che ha portato a condividere soddisfazioni e sofferenze, esprime la totale solidarietà ai rom ed alle romnì che hanno voluto riaffermare il proprio diritto alla casa e all’esistenza.

POPICA ONLUS

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categorie: casa, roma, occupazione, rom , problema abitativo, romnì
giovedì, 18 giugno 2009

Riflessioni sulle categorie politiche dominanti a seguito dei risultati delle elezioni europee 2009

Una riflessione complessiva sui risultati delle elezioni europee tenutesi una decina di giorni orsono non è altro che un'occasione per alcune considerazioni di fondo sul sistema politico, ideologico e culturale del continente. In queste righe mi limiterò ad alcune valutazioni relative all'Italia, finalizzate ad un tentativo di orientamento nel panorama delle forze ideologiche prevalenti.
I risultati elettorali non hanno modificato di molto i rapporti di forza tra le componenti politiche emersi nelle politiche del 2008, e ripropongono la presenza di 5 partiti nelle istituzioni (Pdl, Pd, Lega, Idv, Udc) con l'esclusione (per via dello sbarramento al 4%) delle forze di Sinistra, del partito Radicale, della Destra e di altri partiti minori. Al di là delle questioni puramente numeriche, a partire da alcuni segnali, vorrei proporre alcune argomentazioni. Un risultato sicuramente notevole è stato il consolidamento della Lega Nord e dell'Italia dei Valori. Su questo punto credo sia utile fare una prima riflessione.

Il rafforzamento di questi due partiti, lungi dal segnare un indebolimento del pensiero unico incarnato dal bipartitismo agognato Pd-Pdl, ne sancisce in verità la struttura fondamentale, arricchendolo di un elemento decisivo che ha a che fare con il problema teorico-politico della dicotomia destra-sinistra nel capitalismo contemporaneo, dicotomia che è a mio avviso del tutto inadeguata a rappresentare le contraddizioni sistemiche e culturali principali del presente. Questi ultimi due partiti rappresentano, infatti, l'idea di una fuoriuscita teorica e soprattutto pratica dalla dicotomia novecentesca destra-sinistra. Una fuoriuscita, tuttavia, totalmente interna al sistema politico e culturale dominante cioè di carattere ultra-sistemico, espressa in due varianti diverse: quella xenofobo-semplificatrice e quella moralistico-semplificatrice. Le due varianti vantano entrambe (ascoltare interviste e dichiarazioni di dipietristi e leghisti) un'appartenenza che in qualche modo va al di là delle barriere politiche del secolo passato, quindi al di là dell'opposizione destra-sinistra, o progresso-conservazione. La lega corteggia un elettorato popolare e piccolo imprenditoriale in nome di un capitalismo cooperativistico micro-imprenditoriale e xenofobo-localistico; l'idv corteggia un elettorato moralistico legalitario, in nome di un puro risanamento giustizialista della corruzione della “casta politica” o di un odio quasi-personale contro la figura grottesca di Silvio Berlusconi.
Dietro al fortissimo gioco bipolare destra-sinistra, su cui si gioca ancora all’80% l'appartenenza identitaria di un elettorato privo di riferimenti contenutistici, dilaga anche, così, chi afferma di stare già al di là del gioco, di esserne uscito, in un certo senso, proprio dal centro, adottando cioè concezioni ultra-sistemiche capitalistiche basate su varianti di sentire collocate al di là della destra e della sinistra.

Lorenzo Dorato

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martedì, 16 giugno 2009

Comunismo e Comunità n° 3

      
postato da: ComProlRes alle ore 12:06 | link | commenti
categorie: comunismo e comunità

È appena uscito il terzo numero di Comunismo e Comunità

È appena uscito il terzo numero di Comunismo e Comunità

Editoriale Maggio-Giugno 2009

Il primo quadrimestre del 2009 è stato segnato dall'acutizzarsi della crisi economica mondiale, latente da anni e scoppiata nel 2008 sotto forma apparente di crisi finanziaria, a partire dagli Stati Uniti. Il cedimento del sistema produttivo nord-americano che ha coinvolto progressivamente anche i sistemi europei e altre aree del mondo, tra cui diversi Paesi asiatici, si è infine rivelato in tutta la sua proporzione, mostrando la stretta connessione tra finanza ed economia produttiva, nonché la natura reale della crisi.

L'Europa sta vivendo proprio in questi mesi le conseguenze reali del terremoto economico, i cui effetti, con ogni probabilità, si manifesteranno con più forza nei mesi a venire, malgrado le affermazioni di ostentato ottimismo di politici ed analisti esperti. Le previsioni sul PIL (prodotto interno lordo) italiano per il 2009, in soli due mesi, si sono modificate di oltre due punti verso un ulteriore ribasso. Al momento, la caduta prevista per l'anno in corso è pari al 4,4%, seguita da una stagnazione per il 2010. Si registra inoltre una crescita progressiva della disoccupazione, dato per eccellenza, tra i tanti, che ha messo a nudo in molteplici fasi storiche la totale autoreferenzialità e a-socialità manifesta del sistema capitalistico.

I dati ufficiali stimano un aumento della disoccupazione in Italia dal 6,8 all’8,8%. per il solo 2009. Cifre simili per Germania e Francia. La Spagna, fino a pochi mesi fa campione ideologico di crescita e modernità capitalistica, cresciuta sotto la spinta della speculazione edilizia, mostra un tasso di disoccupazione ufficiale in aumento fino al 17,7%, con previsioni che sfiorano il 20% per il 2010 e una disoccupazione giovanile del 35,4%. Situazione drammatica anche nei Paesi baltici, in cui da tassi di disoccupazione ridotti si è risaliti in pochi mesi attorno al 15-16 %. In Grecia, infine, si registra un tasso di disoccupazione che sfiora il 10%, con disoccupazione giovanile che supera il 25%.

Si osservi, naturalmente, che i dati della disoccupazione presi di per sé nascondono il carattere più significativo del mercato del lavoro europeo, con i Paesi mediterranei e orientali in posizione particolarmente debole: la pervasiva precarietà diffusa in ampie fasce della popolazione, a causa delle criminali politiche del lavoro degli ultimi quindici anni. Il ricatto degli Anni Novanta era, infatti, il seguente: per risolvere la disoccupazione di massa che affliggeva le società europee, si pensava fosse necessario ricorrere alla flessibilizzazione del lavoro, dire addio all'antiquato contratto tipico a tempo indeterminato, abbattendo così i costi per le aziende. Ideologicamente parlando, non era più la politica a doversi occupare di costruire un modello economico di sviluppo, con alti livelli di domanda e di investimenti interni, a piena occupazione stabile, ma era l'economia, ovvero l'insaziabile fame capitalistica di guadagni immediati, ad imporre un nuovo e moderno modello di sviluppo ad occupazione flessibile con conseguente libero utilizzo del lavoratore, inteso in maniera esplicita come mezzo di valorizzazione e di sviluppo economico astratto e non come persona.

Leggi tutto l'editoriale

 

postato da: ComProlRes alle ore 11:37 | link | commenti
categorie: comunismo e comunità



Dal 7 giugno 2009:



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