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venerdì, 20 novembre 2009

Le occasioni sprecate

Il 23 novembre di quest’anno ricorre il 29esimo anniversario del terremoto che scosse con violenza un vasto territorio del Sud Italia, il cui epicentro fu individuato in un’area compresa tra l’Irpinia e la Lucania, precisamente a Conza della Campania. Il sisma, caratterizzato da una fortissima intensità che superò il 10° grado della scala Mercalli e da una magnitudo 6,9 della scala Richter, investì con furia numerosi paesi, spazzando via in pochi attimi intere comunità e decimando le popolazioni locali. Per comprendere la devastante potenza sprigionata dal terremoto del 1980, basta compiere una semplice analisi comparativa con quello dell’Abruzzo, che ha raggiunto i 5,8 gradi della scala Richter. Nel complesso si contarono quasi 300 mila senzatetto, oltre 2 mila morti e quasi 10 mila feriti. Tra i centri maggiormente disastrati vi furono Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Torella dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Caposele e Calabritto.

Dunque, 29 anni fa si è consumata un’immane tragedia, la peggiore sciagura che abbia colpito l’Italia meridionale nel secolo scorso. Si trattò di un cataclisma senza precedenti, le cui traumatiche conseguenze non furono provocate solo da cause naturali, ma anche da precise responsabilità umane, cioè da scelte di ordine politico, economico, antropico e culturale. Il fenomeno tellurico che sconvolse le nostre zone fu senza dubbio di una potenza inaudita, ma le speculazioni affaristiche, l’incuria e l’irresponsabilità degli uomini nella costruzione e nella manutenzione delle abitazioni e degli edifici pubblici, le lentezze, i ritardi, l’impreparazione della macchina organizzativa dei soccorsi statali nella fase dell’emergenza post-sismica (quando serviva rimuovere con urgenza i cumuli di macerie e salvare eventuali superstiti), contribuirono non poco ad aggravare i danni e ad accrescere in modo agghiacciante il numero dei morti e dei feriti.

Per gli abitanti dell’Irpinia il terremoto del 1980 rievoca emozioni intense, un misto di cordoglio, tristezza e turbamento, di angoscia, inquietudine e rabbia. Il ritorno ad una vita “normale” è stato un processo assai lento ed ha richiesto lunghi anni trascorsi in una condizione di permanente provvisorietà emergenziale, che ha visto numerose famiglie crescere i propri figli fino alla maggiore età, se non addirittura oltre, nei container con le pareti rivestite d’amianto. Il completamento della ricostruzione, lo smantellamento e la bonifica delle aree prefabbricate sono interventi che appartengono alla storia recente. Inoltre, l’opera di ricostruzione degli alloggi e degli agglomerati urbani non è stata accompagnata da un’effettiva volontà e capacità di ricostruzione del tessuto della convivenza civile e democratica, da un indirizzo politico che contenesse scelte mirate a ricucire una rete di sane relazioni interpersonali, a recuperare gli spazi di aggregazione e di partecipazione sociale che rendono vivibili le strutture abitative.

Il terremoto del 1980 ha straziato e scompaginato l’esistenza di intere generazioni di giovani, ha impressionato le percezioni più elementari, imprimendosi nella memoria e nelle coscienze individuali, agendo nella sfera più nascosta delle sensazioni interiori. I cambiamenti prodotti dalle viscere della terra, intesi soprattutto in termini di abiezione e degrado sociale, si sono insinuati nell’intimità degli affetti, nei gesti e negli atteggiamenti più comuni, penetrando negli stati d’animo e nelle normali relazioni quotidiane, degenerando in una sorta di imbarbarimento e regressione antropologica.

A distanza di anni, continuano a perpetuarsi l’organizzazione e l’arroganza del potere politico clientelare che continua a ricattare i soggetti più fragili e indifesi, condizionando e riducendo la libertà di scelta delle persone, influenzando gli orientamenti elettorali dei singoli individui e creando vasti serbatoi di voti tra le masse popolari. Tali rapporti di forza si sono conservati in modo cinico, sopravvivendo indisturbati alle inchieste giudiziarie di Tangentopoli e agli scandali dell’Irpiniagate.

A partire dagli anni ‘80, attingendo ampiamente agli ingenti finanziamenti stanziati dal governo per la ricostruzione, fu varato un folle piano di industrializzazione forzata delle zone di montagna. Si progettò la dislocazione di macchinari installati nel Nord Italia all’interno di territori tortuosi, difficilmente accessibili e praticabili, in cui non esisteva ancora una rete moderna di infrastrutture stradali, di trasporti e di comunicazioni, in cui i primi soccorsi inviati dallo Stato nella fase dell’emergenza stentarono ad arrivare.

Si è innescato in tal modo un processo di perenne sottosviluppo economico e sociale che nel tempo ha rivelato la propria natura sinistra ed alienante, i cui effetti hanno arrecato guasti irreparabili all'ambiente e all'economia locale, che era prevalentemente agricola e artigianale. Occorre ricordare che sul versante strettamente economico-produttivo, la “modernizzazione” delle nostre zone è avvenuta in tempi rapidi e in modo convulso, maldestro ed irrazionale. Tale risultato si è determinato all’interno di un processo di “post-modernizzazione” del sistema capitalistico globale, cioè in una fase di ristrutturazione tecnologica post-industriale delle economie più avanzate dell’occidente, con il trasferimento di capitali e macchinari ormai obsoleti nelle aree economicamente più depresse e sottosviluppate come, ad esempio, il nostro Meridione.

A scanso di eventuali equivoci, chiarisco che non intendo affatto proporre un'esaltazione acritica del feudalesimo o delle società arcaiche ormai superate da un falso sviluppo che in realtà è in grado di generare solo barbarie e sottosviluppo, né intendo esternare sentimenti di nostalgia di un passato che fu di pena ed oppressione, di corruzione sociale e depravazione morale, di miseria e sfruttamento materiale delle plebi rurali irpine. Invece, mi interessa comprendere l’attuale società a partire da un'analisi storica onesta, lucida ed obiettiva. Occorre indagare e spiegare la realtà odierna, segnata da un fallace sviluppo economico, da una democrazia pseudo liberale e solo formale, da un benessere artefatto, in quanto corrotto e mercificato, di tipo prettamente consumistico.

Infatti, non si può negare che la “modernizzazione” delle zone terremotate sia stata una conseguenza ritardata e regressiva del processo di ristrutturazione tecnico-produttiva delle economie capitalisticamente più forti del Nord Italia e del Nord del mondo, la cui ricchezza e il cui potere derivano da un sistema di sviluppo che genera solo fame e miseria, guerra ed oppressione, inquinamento, sottosviluppo e dipendenza in altre regioni del pianeta, identificate come "Sud del mondo", in cui occorre includere anche il Mezzogiorno d'Italia. A maggior ragione il ragionamento è valido se riferito alla modernizzazione fittizia come quella avvenuta nella fase storica della ricostruzione in Irpinia. Sotto il profilo economico quella irpina non è più una società rurale, ma non è diventata nulla di effettivamente nuovo ed originale, non si è trasformata complessivamente e spontaneamente in un’economia industrializzata, pur vantando antiche vocazioni artigianali e commerciali come quelle che animano le dinamiche e i processi di sviluppo, irrazionali e senza regole, che si sono verificati sul territorio locale.

 

Da noi convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe antiche come il clientelismo e la camorra, ma pure nuove contraddizioni sociali quali la disoccupazione, le devianze giovanili, l’emarginazione, che sono effetti causati da una modernizzazione puramente economica e consumistica. Come sappiamo, il fenomeno dell’emigrazione si è “modernizzato”, nel senso che si ripresenta in forme nuove, più serie e complesse del passato. Infatti, un tempo gli emigranti irpini erano lavoratori analfabeti, mentre oggi sono giovani con un alto grado di scolarizzazione. Inoltre, mentre gli emigranti del passato aiutavano le loro famiglie d’origine, a cui speravano di ricongiungersi quanto prima, i giovani che oggi fuggono via lo fanno senza la speranza e l’intenzione di far ritorno nei luoghi nativi, anzi spesso si stabiliscono altrove e creano le loro famiglie laddove si sono economicamente sistemati. Insomma, è un’emigrazione di cervelli, cioè di giovani laureati sui quali le nostre comunità hanno investito ingenti risorse materiali e intellettuali. Questo è il peggiore spreco di ricchezze per le nostre zone. Spaesamento e spopolamento sono due tendenze solo apparentemente contrastanti, ma che segnano in modo rovinoso la storia delle aree interne meridionali negli ultimi decenni.

A questo punto non si può fare a meno di chiedere di chi sono le responsabilità, che appartengono a vari soggetti, in primo luogo ad un ceto politico che ha gestito la ricostruzione in Irpinia, conquistando il peso della classe dirigente nazionale, formandosi attorno ai massimi esponenti del potere politico locale e nazionale. Basta citare i nomi dei dirigenti della Democrazia cristiana irpina che hanno occupato posizioni di rilievo nell’ambito del partito e sono tuttora affermati ai più alti livelli politico-istituzionali. 

Il mio modesto contributo è anzitutto quello di provare ad interpretare e conoscere la realtà, ma anche quello di provare a modificarla. La speranza di riscatto delle nostre popolazioni deve esplicarsi in un progetto di trasformazione concreta, da promuovere necessariamente in sede politica. Si può e si deve cominciare dal basso, dal piccolo, dal semplice, per arrivare in alto, per pensare ed agire in grande, tentando di migliorare il mondo circostante. In questa prospettiva l’intellettuale, da solo, è impotente, per cui deve riferirsi e agganciarsi alle forze sociali presenti nella realtà storica in cui vive.

Lucio Garofalo

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venerdì, 13 novembre 2009

Un mondo in fase di transizione

Probabilmente viviamo in un tempo di crisi, di contrasti e rivolgimenti profondi, un tempo di transizione convulsa verso un mondo possibilmente nuovo, diverso, ma non sappiamo ancora se migliore o peggiore di quello esistente.

Da ogni parte del globo, persino dagli angoli più remoti ed isolati del pianeta, provengono segnali caotici che inducono a pensare che stiamo vivendo una fase storica di trapasso verso un’epoca in cui gran parte delle precedenti categorie politiche, filosofiche, etiche, spirituali, potrebbero essere rovesciate, quantomeno di senso.

Tanto per citare qualche esempio banale ma efficace, un atteggiamento di carattere ottusamente protestatario rischia di invertirsi nel suo valore opposto, ossia in un gesto qualunquistico e reazionario. La ribellione si inverte nel suo termine contrario, cioè l’obbedienza. Il falso progresso copre in realtà un pericoloso regresso. La verità cela la menzogna. E via discorrendo.

A me pare che in questo discorso risuoni l’eco di “vecchie”, ma ancora attuali, riflessioni pasoliniane come quelle contenute negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane, pubblicate postume nel 1976. Nell’ultimo anno della sua vita, cioè nel 1975, Pasolini condusse, dalle colonne del “Corriere della Sera” e del “Mondo”, un’appassionata requisitoria contro l’Italia del suo tempo, distrutta esattamente come l’Italia del 1945, che per certi versi assomiglia in modo raccapricciante all’odierna società italiana.

Muovendo dall’analisi dei mutamenti culturali degli anni del “boom economico”, Pasolini rinveniva i segni e le testimonianze di un inarrestabile degrado: la crisi dei valori umanistici e popolari; le lusinghe del consumismo, più forte e corruttore di qualsiasi altro potere, più totalitario, feroce e brutale di ogni fascismo; le distruzioni operate dalla classe politica; un’invincibile e diffusa ansia di conformismo; le mistificazioni di certi intellettuali autoproclamatisi progressisti.  A conferma che la Storia non procede sempre in avanti: l’individuo e la società possono, purtroppo, regredire.

Ebbene, cosa c’è di più degradante ed inquietante dell’immondizia e della grave crisi sociale scatenata dai rifiuti (non mi riferisco solo alle vicende campane, alla drammatica vertenza napoletana) che ha fatto emergere dai cumuli di immondizia e dalle macerie civili, etiche e spirituali, una spazzatura molto peggiore, di tipo morale e politico?

Oggi servirebbe probabilmente un nuovo grande Processo giudiziario contro l’attuale classe politica dirigente a livello locale, cioè in Campania, e sul piano nazionale. 

Un processo di carattere penale, da celebrare nelle aule di un tribunale, come quello suggerito e proposto da Pasolini nelle Lettere luterane.

Il grande Processo (la P maiuscola, che lo apparenta a quello di Kafka, è stata scritta da Pasolini) alla classe politica italiana (il “Palazzo”), rivolto contro i “gerarchi democristiani”, in particolare: “Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale.” I politici (a maggior ragione anche quelli di oggi) dovrebbero essere “accusati di una quantità sterminata di reati, che io enuncio solo moralmente […]: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna […], distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani […], responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono ‘selvaggio’ delle campagne …”. Cioè la responsabilità di tutto, e quindi un processo imperniato sul mondo degli italiani del 1975 (e del 2008).

Tra i capi d’accusa appaiono anche responsabilità di natura morale, più che penale: ad esempio la “degradazione antropologica degli italiani”, (tra)passati nel giro di una generazione dalla campagna alla città, e sedotti dal consumismo, imposto prima della costruzione di un tessuto sociale serio e civile. “In ciò non c’è niente di sfumato, di incerto, di graduale, no: la trasformazione è stata un rovesciamento completo e assoluto.” Una trasformazione alienante, brutale, disumanizzante, distruttiva.

Il Processo non doveva essere un Processo di stampo kafkiano, ossia simbolico, allegorico, letterario ed immaginario, ad un Palazzo kafkiano. L’ipotesi pasoliniana puntava invece alla realtà, con il solo difetto di essere espressa da un poeta scandaloso e in uno stile da poeta, che si avvale di anafore, iperboli, iterazioni, che non poteva avere né rispetto umano né un ascolto scientifico: “Nessuno ha mai risposto a queste mie polemiche se non razzisticamente, facendo cioè illazioni sulla mia persona. Si è ironizzato, si è riso, si è accusato. Ciò che io dico è indegno di altro; io non sono una persona seria.”

Mi domando cosa scriverebbe lo “scandaloso” Pasolini contro gli odierni scandali politici e morali del nostro Paese, contro l’immane scempio di un territorio sommerso ed avvelenato dalle scorie e dagli scarti d’ogni genere, industriali, chimici, nucleari.

Ma ancora di più mi chiedo cosa direbbe Pasolini contro lo scandalo di un’immondizia senza dubbio più fetida, putrida e nauseabonda, quella della classe politica più inetta ed ignorante d’Europa, composta da una banda affaristica e criminale che infesta e corrompe ormai da anni l’intera nazione. Un’associazione a delinquere legalizzata, che rivendica il fatto di aver ricevuto dal “popolo” una legittimità “democratica”, scambiata evidentemente come un’autorizzazione a delinquere, quasi una “licenza di uccidere”.

Licenza di uccidere ed annientare, in senso neanche tanto metaforico, quel poco che resta dei diritti, delle garanzie e delle libertà politiche e sindacali, gli elementi residuali di una legalità democratica sancita solo formalmente dalla Costituzione, le leggi a tutela delle categorie economicamente più deboli e svantaggiate, il tessuto già fragile della pacifica convivenza civile tra le persone, ogni parvenza di progresso e di emancipazione.

Lucio Garofalo

postato da: ComProlRes alle ore 18:09 | link | commenti (1)
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venerdì, 06 novembre 2009

Il punto di partenza

Marx elaborò la sua teoria critico-rivoluzionaria della società borghese in un momento storico in cui le contraddizioni sociali, radicate soprattutto nel processo di formazione e distribuzione della ricchezza sociale, si davano con una tale crudezza e violenza, che la rivoluzione sociale anticapitalistica, almeno nei paesi allora capitalisticamente più avanzati (Inghilterra, Francia, alcuni Stati della Germania), appariva alla stregua di un evento storico tutt’altro che remoto. Basta compulsare anche solo superficialmente le statistiche e le inchieste sulle condizioni delle classi lavoratrici condotte a cura della classe dominante, le stesse che Marx studiava, per capire di cosa stiamo parlando. Allora Marx non profetizzò alcun crollo imminente-definitivo del regime borghese a causa di una crisi economica apocalittica; egli si limitò piuttosto a portare alle estreme conseguenze le tendenze economico-sociali come gli si dipanavano sotto gli occhi. Per questo le sue previsioni circa l’imminente rottura rivoluzionaria del quadro sociale non ebbero mai il carattere di una messianica profezia.

Accusare Marx di essersi fatto troppe illusioni intorno alla possibilità per il proletariato del suo tempo di rovesciare il dominio borghese, significa ragionare in modo astorico, e significa soprattutto proiettare sul passato la tragica impotenza politica sociale che affligge le classi dominate dei nostri tempi, i quali, è sempre bene ricordarlo, hanno conosciuto la sventura dello stalinismo internazionale. Una teoria critica della società borghese che oggi non tenesse conto della straordinaria potenza da essa acquisita nel corso dell’ultimo secolo, e della estrema debolezza teorica e pratica nella quale versano le classi dominate del pianeta, non sarebbe all’altezza dell’epoca e si logorerebbe dentro i limiti angusti di una impotente ideologia anticapitalistica. Un pensiero che vuole essere davvero radicale deve saper cogliere ciò che sostanzia la differenza tra l’epoca genetica della teoria critica e la nostra, la quale manifesta un “grado” di capitalismo enormemente superiore se confrontato con quello con cui ebbe a confrontarsi il comunista critico di Treviri. Questa differenza, lungi dall’essere di natura esclusivamente quantitativa, è soprattutto una differenza d’ordine qualitativo, in quanto la relazione sociale fondamentale che rappresenta il paradigma di tutti i rapporti sociali (alludo al rapporto di dominio e di sfruttamento capitale-lavoro salariato) oggi plasma l’intero spazio sociale, a partire dalla vita quotidiana di ogni singolo individuo.

Le necessità totalitarie del capitale – cioè dell’economia borghese tout court – dominano anche dall’interno il corpo (nell’accezione «olistica» del termine) degli individui, e non solo dall’esterno, e questo fatto mi ricorda per analogia due importanti concetti marxiani: la composizione organica del capitale e il passaggio dalla subordinazione formale alla subordinazione reale del lavoro al capitale. Oggi possiamo parlare senza forzature della composizione organica dell’individuo, alludendo al grado di penetrazione della tecnica, della razionalità scientifica e delle esigenze economiche nei più intimi recessi della «condizione umana», nel corpo e nella psiche degli individui, sempre più fatti a immagine e somiglianza della società basata sul profitto, sulla merce, sul denaro e sul lavoro salariato – differenti modi di chiamare la stessa sostanza sociale: il capitale. E’ questo plus di capitalismo rispetto ai tempi di Marx che la teoria critica deve saper raccontare. Tutto il resto è ideologia, inservibile robaccia, anche quando si presenta sotto le sembianza dell’anticapitalismo, soprattutto in questo caso.

La teoria critica di Marx non è affatto superata, sia perché ci muoviamo ancora e sempre di più sul terreno della società capitalistica, e sia in grazia dell’eccezionale sguardo penetrante del tedesco, che gli permise di cogliere come un tutto le grandi e generali tendenze storiche della presente società, nonché il suo più intimo e scabroso segreto: la necessità-maledizione di produrre plusvalore primario per alimentare ogni forma di profitto, la produzione delle triviali merci come ristretta base e limite insuperabile del capitalismo. Ecco perché ritengo che ancora oggi sia impossibile non prendere le mosse da Marx, naturalmente al netto del fatto che si tratta pur sempre di una nostra interpretazione del suo pensiero, e questa precisazione, soprattutto nell’epoca in cui il «marxismo» risulta essere una valuta quantomai inflazionata, deve suonare assai meno scontata di quanto si pensi. Una volta Antonio Labriola definì volgare l’uso, che si affermò soprattutto nella socialdemocrazia tedesca alla fine del XIX secolo, di definire «marxismo» il «comunismo critico» elaborato (iniziato) da Marx: concordo perfettamente.

Questo prendere le mosse costituisce quindi già di per sé un programma di grande significato, perché orienta già dall’inizio il processo di elaborazione della teoria critica a partire dalla società borghese del XXI secolo: anche l’inizio deve avere necessariamente una natura critica, deve cioè essere pieno di contenuti storici, politici e teorici. Si tratta insomma di capire qual è l’approccio più fecondo al punto di vista di Marx, e tutti i miei recenti “lavori” non sono che un tentativo orientato in questa direzione, con la consapevolezza che si tratta di partire col piede giusto, per dir così, che si tratta appunto di un inizio, non di un arrivo, anche perché la teoria critica non ammette alcun imbrigliamento sistemico e dogmatico, né conosce un livello di saturazione. Parafrasando ignobilmente il Sommo Poeta, lasciate ogni dogmatismo, o voi che iniziate!

Sebastiano Isaia

postato da: ComProlRes alle ore 16:01 | link | commenti (4)
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mercoledì, 04 novembre 2009

Il punto di vista umano

IL PUNTO DI VISTA UMANO

Premessa fondamentale contro la grande menzogna del XX secolo


Prima d’ogni altra cosa ci sta a cuore comunicarti questa fondamentale acquisizione: in nessun luogo del mondo si è mai realizzato un solo atomo di «comunismo» o di «socialismo». Per conquistare il punto di vista umano e trasformarlo in una potente forza creativa devi liberati una volta per sempre dalla gigantesca menzogna che per ottant’anni ha spacciato per «comunismo» il miserabile capitalismo di Stato di paesi come la Russia e la Cina. Questa enorme balla speculativa ha reso mute, sorde, cieche e impotenti le classi dominate e gli individui umanamente più sensibili dell’intero pianeta. Se riusciamo a venir fuori da questa menzogna, più facilmente conquistiamo un punto di vista nuovo e fecondo, una prospettiva aperta alla possibilità di un mondo veramente umano. Noi abbiamo deciso di non usare la terminologia che una volta ha avuto un senso, ma che oggi non ne ha più perché indegnamente travisata, tradita, abusata, svilita, inflazionata. Più che fare sfoggio di «gloriose» parole ci interessa afferrare la sostanza dei concetti, e il primo concetto su cui ti invitiamo a riflettere si chiama umanità.


Se questo è un uomo


Amici, veniamo subito al sodo: non siamo ancora uomini! Facciamoci pure tutte le illusioni di questo mondo, raccontiamoci tutte le storielle che vogliamo intorno alla nostra cosiddetta “libertà” e “felicità”, mentiamo spudoratamente a noi stessi tanto per darci coraggio, ma la sostanza delle cose non cambia minimamente. Non siamo ancora uomini. E’ un fatto. Certo, siamo lavoratori, imprenditori, studenti, disoccupati, consumatori, clienti, utenti, artisti, scienziati e chissà che altro ancora, ma non siamo uomini. E non possiamo diventarlo, se non prendiamo atto della situazione e non agiamo conseguentemente.


Ma cosa è un uomo?


Noi non sappiamo cosa sia un uomo, perché non ne abbiamo ancora incontrato uno; ma avendo conquistato il punto di vista umano abbiamo almeno capito (è la sola certezza che non ci vergogniamo di esibire!) cosa non

può essere un uomo. Chi non padroneggia con le proprie mani e con la propria testa la sua intera esistenza non può essere un individuo umano, un uomo propriamente detto. Tutta la nostra decantata – e falsa – “libertà” non si risolve forse nelle diverse opzioni che le esigenze economiche e lo Stato graziosamente ci concedono? Una pubblicità recita: Tutto gira intorno a te, e un’altra ci assicura che quel certo prodotto è stato pensato proprio per noi, presi singolarmente, e siamo talmente bisognosi di “punti fermi” che fingiamo persino di crederci! Invece sappiamo benissimo che in realtà tutto gira intorno al profitto e al denaro, e siamo così disumani, così assuefatti a questa vita dominata da rapporti sociali ostili all’individuo umano, da recepire questo mostruoso fatto alla stregua della cosa più normale e naturale del mondo. Eppure il profitto e il denaro non crescono sugli alberi come frutti, non cadono dal cielo come la pioggia, non si moltiplicano come usano fare le piante o gli animali, mentre hanno molto a che fare con il nostro lavoro, con le merci che produciamo e consumiamo, con il mercato, insomma: con questa società.

Che cosa siamo in grado di controllare e di decidere veramente come singoli individui? Praticamente nulla di fondamentale. La nostra cosiddetta libertà di scelta si riduce a ben misera cosa; l’essenziale della nostra vita non sta nelle nostre mani e nelle nostre teste. Avere o non avere denaro stabilisce la differenza tra la vita e la morte. Noi possiamo solo “decidere” se stare al gioco, accettandone tutte le regole, oppure rifiutarlo sapendo di venir immediatamente scartati dal meccanismo sociale come articoli mal riusciti. Una gran bella scelta, non c’è che dire! Ma nessuno in realtà controlla veramente il meccanismo sociale, nemmeno chi ha nelle proprie mani le redini dell’economia e della politica: tutti sono in qualche modo al servizio di quel meccanismo, il quale domina ciecamente su tutto e su tutti, come un mostro senza testa e senza cuore. L’impotenza degli imprenditori, dei finanzieri, degli economisti e dei politici la vediamo soprattutto in tempi di crisi economica, quando il mostro chiamato capitalismo, senza chiedere il permesso a nessuno, vomita nella pattumiera sociale lavoratori, imprenditori, azionisti, macchine, merci, capitali, materie prime e quant’altro risulti non più conforme al calcolo economico. E a volte ci costringe persino a metterci l’elmetto e a impugnare il fucile, naturalmente in nome della «civiltà», della «patria», della «democrazia», del «progresso» e via di seguito. Il calcolo economico è incompatibile col calcolo umano.

E allora a cosa si riduce la nostra tanto reclamizzata – e negata – libertà?

A una menzogna, è chiaro, e dove non c’è vera libertà non può esserci vera umanità. Viviamo dentro a un gigantesco, globale, mondiale e soprattutto permanente Truman show esistenziale, e quelli di noi più intelligenti – in realtà

solo più cinici, per autodifesa – si vantano pure di esserne pienamente coscienti!

L’individuo umano fa se stesso, realizza insieme agli altri uomini la propria esistenza e quella degli altri, giorno dopo giorno, in piena libertà; il non-ancora-uomo di oggi è dominato totalmente da condizioni sociali disumane che egli si vede costretto ad accettare e a nutrire se vuole nutrire se stesso. E’ proprio vero: siamo tutti sulla stessa barca. Bisogna affondarla! Non c’è altro da fare.


La società «a misura d’uomo» è dietro l’angolo!


Proprio dietro l’angolo? Certamente, ma per vederne la possibiltà occorre conquistare il punto di vista umano, e guardare il passato, il presente e il futuro da questa nuova prospettiva. Gira e rigira il problema si risolve in queste due “semplici” domande: questa società è necessariamente disumana (e perciò illiberale, ostile alla vita felice degli individui, contraria al libero sviluppo di tutte le facoltà umane)? E’ possibile, oltre che auspicabile, la costruzione – in tempi non biblici! – della società umana, cioè della comunità organizzata per soddisfare pienamente i molteplici bisogni di ogni singolo individuo? Se rispondi positivamente a entrambe le domande sei già sul terreno della critica rivoluzionaria delle condizioni sociali esistenti. Sei un militante del punto di vista umano e hai conquistato il maggior grado di libertà a cui si possa realisticamente aspirare nella società illiberale.

In effetti, questa società è necessariamente disumana nel senso che la sua ostilità nei confronti di tutto ciò che odora di veramente umano non dipende dalla cattiveria di qualcuno, non ha a che fare con un malvagio complotto ordito da chissà quale potenza terrena o ultraterrena contro ognuno di noi. No, il carattere intimamente disumano di questa società è radicato in primo luogo nei rapporti sociali che dominano le nostre attività e le nostre relazioni. Se il capitale, il denaro, il salario, le merci, il mercato dominano le nostre esistenze, e più di quanto siamo disposti a credere per darci un contegno… “umano”; se le cose stanno così è evidente che non ci si deve aspettare da questa società altro che una crescente disumanizzazione di ogni nostra manifestazione vitale. Cosa è, oggi, il lavoro se non una merce come le altre? E abbiamo anche il coraggio di parlare di «capitale umano»… E l’arte, cos’è oggi l’arte? Una merce, si capisce. E la scienza? Una merce, nonché un potente strumento

di dominio sociale. Praticamente oggi tutto è sul mercato, persino i cosiddetti «valori etici». La merce è il vero «paradigma» (stigma) di questa società.

Alcuni dicono: «meno male che almeno c’è lo Stato a difenderci!». Che abbaglio, che manifestazione di assoluta incoscienza! Ma lo Stato, amici, è il mostro politico posto a difesa del meccanismo sociale che fa di noi dei non-uomini. Lo Stato,

questo vero e proprio Moloch sociale, questa formidabile escrescenza disumana, non difende il cosiddetto «bene comune», semplicemente perché non esiste alcun bene comune. Nascondendosi dietro l’ideologia del «bene comune» esso difende in realtà il potere sociale delle classi dominanti. Di più: esso è l’espressione più genuina e violenta di questo potere, che difende con gli strumenti della politica e della legge nei momenti di «pace sociale», e con gli strumenti della violenza poliziesca e militare in periodi appena appena più “turbolenti”. Il manganello non è che la continuazione della politica (magari «democratica» e «progressista») con altri mezzi!

La società umana è possibile, anzi sempre più possibile, nel senso che già oggi esistono le condizioni materiali che rendono concretamente realizzabile il superamento di questa preistoria dell’umanità. Ma immaginate, amici, cosa l’umanità potrebbe fare se usasse a scopi esclusivamente umani la tecnologia che già oggi conosciamo. Nella società del capitale, del profitto e delle merci ogni rivoluzione tecnologica si risolve immediatamente in un aumento della produttività del lavoro (leggi sfruttamento), in un aumento della disoccupazione e in una espansione dell’alienazione generale. Un progresso materiale si traduce in una tragedia sociale. Nella società dell’individuo umano, all’opposto, la tecnologia è assoggettata completamente ai bisogni umani, e ogni riduzione del tempo di lavoro si trasforma immediatamente in maggior tempo conquistato per l’arte, per lo studio, il divertimento, l’amore, il gioco, insomma: per la felicità di ogni singolo individuo. La società umana non ha bisogno di nessun genere di Stato proprio perché la vita degli individui è governata dal principio umano centrato sulla soddisfazione dei loro molteplici bisogni. Se elimini le classi sociali, e fai degli individui dei “semplici” uomini, hai eliminato le radici storiche dello Stato e della politica.

Oggi non possiamo immaginarci in che modo, concretamente, potrebbe essere organizzata la comunità umana, perché in nessun libro ne troveremo il modello, la ricetta; essa può solo venir costruita dagli uomini giorno dopo giorno, dopo che avranno consegnato alla storia – o preistoria – la società disumana. Però oggi possiamo conquistare il punto di vista umano, possiamo cioè capire che l’odierna società non è una inevitabile maledizione, e che la comunità degli uomini è molto più che una speranza, è una concreta possibilità.

Sebastiano Isaia

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mercoledì, 28 ottobre 2009

Eyal Sivan ritira il suo ultimo film dal festival di Parigi

Vi invitiamo a leggere l'importante dichiarazione del regista israeliano Eyal Sivan che prosegue la denuncia della politica degli "oppositori pacifisti" selezionati e sponsorizzati dal governo israeliano, iniziata per quanto riguarda la posizione del trio letterario Yehoshua-Grossman-Oz, dal poeta israeliano Yitzhak Lahor sulle pagine del quotidiano Haaretz. Come vedete c'è una critica indiretta anche al Leone d'Oro asseganto quest'anno a Venezia.
Ne consigliamo una lettura attenta, perché Eyal Sivan soppesa attentamente parole e concetti per fornirci un quadro estremamente ragionato. Buona lettura.

Eyal Sivan ritira il suo ultimo film dal festival di Parigi in segno di opposizione alla politica israeliana di apartheid

Un gran gesto di Eyal Sivan regista israeliano e co autore con Michel Khleifi di Route 181 e autore di molti film tra cui ricordiamo Lo Specialista sul processo a Eichmann. Una lettera lucida di grande spessore, ferma nel denunciare da un lato l'uso strumentale da parte israeliana della produzione culturale cinematografica per dimostrare l'esistenza di una democrazia in Israele; dall'altro l'opportunismo e il silenzio complice dei cineasti israeliani che, pur di ottenere finanziamenti pubblici, si guardano bene dal denunciare l'occupazione e i crimini di guerra a Gaza e in Libano. Grazie Eyal Sivan



Mme. Laurence Briot & Mme. Chantal Gabriel

Direzione del programma Forum des images 2,

rue du Cinéma 75045 Paris Cedex 01 - Francia


Londra 6 Ottobre 2009


Care Laurence Briot e Chantal Gabriel


Vi scrivo in seguito alla richiesta che avete indirizzato ai miei produttori, Trabelsi e Eskenazi, di programmare il mio ultimo film "Jaffa, La meccanica del’arancia" nella retrospettiva 'Tel-Aviv, il Paradosso' da voi organizzata il mese prossimo al Forum des Images, nel quadro della celebrazione del centenario della città di Tel-Aviv.
Innanzitutto voglio ringraziarvi per la vostra offerta di partecipare a questo evento e vi chiedo di scusare il mio ritardo nel rispondere alle vostre calorose sollecitazioni. Sono sinceramente onorato che abbiate pensato di programmare il mio film "Jaffa, La meccanica dell’arancia" per chiudere la vostra retrospettiva. Tuttavia, dopo matura riflessione, ho deciso di declinare il vostro invito. Le ragioni di questa decisione sono complesse e di natura politica, e per questo vorrei, se siete d’accordo, spiegarvele dettagliatamente.
Come probabilmente sapete, l'insieme del mio lavoro cinematografico - più di 15 film - ha principalmente per oggetto la società israeliana e il conflitto israelo-palestinese. Opponendomi alla politica israeliana nei confronti del popolo palestinese, mi sono sempre sforzato di agire in modo indipendente affinchè non vi sia nessuna ambiguità sul fatto che io non rappresento la "democrazia (ebraica) israeliana". Per questo, dall’inizio della mia carriera cinematografica, più di 20 anni fa, non ho mai beneficiato di alcun aiuto o di alcun supporto di una qualsiasi istituzione ufficiale israeliana. Ho sempre agito in modo di evitare che il mio lavoro possa essere strumentalizzato e rivendicato come una prova dell'atteggiamento liberale d'Israele; una libertà di espressione e una tolleranza che l’autorità israeliana accorda solo, ovviamente, a critiche ebraiche israeliane.


La politica razzista e fascista del governo israeliano e il silenzio complice della maggior parte dei suoi ambienti culturali durante la recente carneficina operata a Gaza come di fronte alla continua occupazione, alle violazioni dei diritti umani e alle molteplici discriminazioni nei confronti dei Palestinesi sotto occupazione o dei cittadini palestinesi dello Stato israeliano – tutte queste ragioni giustificano il mio mantenere le distanze rispetto ad ogni avvenimento che potrebbe essere interpretato come una celebrazione del successo culturale in Israele o una garanzia della normalità del modo di vivere israeliano. Poiché la vostra retrospettiva fa parte della campagna internazionale di celebrazione del centenario di Tel-Aviv e gode, a questo titolo, del sostegno del governo israeliano, non posso che declinare il vostro invito. D’altra parte, considerando gli attacchi offensivi, umilianti e continui di cui il mio lavoro è oggetto, in Francia come in Israele, e i rarissimi israeliani che si sono espressi per difendermi e manifestare la loro sincera solidarietà (non tengo conto delle dichiarazioni di principio in favore del privilegio egemonico della "libertà d'espressione"), non mi è possibile sentirmi solidale con un tale gruppo.


Non posso essere associato ad una retrospettiva che celebra artisti e cineasti che godono dì una posizione di privilegio assoluto e di una totale immunità, ma che hanno scelto di tacere quando crimini di guerra venivano commessi in Libano o a Gaza e che continuano ad evitare di esprimersi chiaramente sulla brutale repressione della popolazione palestinese, sul blocco di 3 anni e la chiusura di oltre un milione di persone nella Striscia di Gaza.
Ci tengo a smarcarmi da quei miei colleghi che utilizzano in modo opportunista, perfino cinico, il conflitto e l'occupazione come sfondo dei loro lavori cinematografici e come rappresentazione neo-esotica del nostro paese – pratiche che possono spiegare il loro successo in Occidente e in particolare in Francia – ed io rifiuto di essere associato a loro nel contesto della vostra manifestazione.


Anche se il vostro invito aveva suscitato in me qualche esitazione, questa è stata spazzata via dalla lettura, una quindicina di giorni fa, di un articolo firmato da Ariel Schweitzer, l'organizzatore della vostra retrospettiva, e pubblicato su Le Monde. In quest’articolo, che si oppone al boicottaggio culturale dell’establishment israeliano, egli dichiara: “Delle male lingue diranno che questa politica culturale serve da alibi, mirando a dare del paese l'immagine di una democrazia illuminata, una posizione che maschera il suo vero atteggiamento repressivo verso i Palestinesi. Ammettiamolo. Ma io preferisco francamente questa politica culturale alla situazione esistente in molti paesi della regione dove non si possono proprio fare film politici e certo non con l’aiuto dello Stato”. Su questo punto, devo ringraziare il vostro organizzatore M. Schweitzer per la sua ingenua sincerità e per le sue argomentazioni settarie che mi hanno permesso di articolare le ragioni per cui preferisco mantenere la distanza rispetto alla vostra retrospettiva e ad altri eventi simili. Infatti, come conferma M. Schweitzer, si tratta, in effetti, di celebrazioni della politica culturale israeliana e di una difesa dell'ideologia del ‘male minore’.


Sia la mia storia e la mia tradizione ebraiche che le mie convinzioni e la mia etica personali mi obbligano, nelle circostanze politiche attuali – mentre le autorità delle democrazie occidentali e le loro intellighenzie hanno fatto la scelta di stare al fianco della politica criminale israeliana – a oppormi pubblicamente con questo atto fermo e non-violento all'attuale regime di apartheid che esiste oggi in Israele.


Termino riprendendo le parole del mio collega ed amico, il famoso regista palestinese Michel Khleifi, che non cessa di ricordarci che la sfida che dobbiamo affrontare, in quanto artisti e intellettuali, è quella di proseguire i nostri lavori non GRAZIE alla democrazia israeliana, ma MALGRADO essa.


Per questo, sempre in modo non-violento, continuerò a oppormi, e a incitare i miei colleghi a fare lo stesso, contro il regime israeliano di apartheid e contro il "trattamento speciale" riservato nelle democrazie occidentali alla cultura israeliana ufficiale di opposizione.
Augurandomi che accettiate e comprendiate la mia posizione e sperando di avere l'opportunità di mostrare il mio lavoro in altre circonstanze, con sincera gratitudine e rispetto,
Eyal Sivan


Filmmaker Research Professor in Media Production School of Humanities and Social Sciences
University of East London (UEL) United-Kingdom

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martedì, 27 ottobre 2009

Capitan America

Non mi ricordo più chi disse, all’incirca: “Non è importante non ricevere il Nobel per la Pace. L’importante e cercare di non farselo assegnare”.

In realtà tra baciati dal “prestigioso” indennizzo abbiamo ormai una sequenza di loschi figuri che lo hanno ricevuto solo per meriti di servitù nei confronti degli USA e dell’Occidente.

 

Continua qui

 

Piotr

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lunedì, 19 ottobre 2009

Vicenda Fiat-Zastava...

Riporto un interessante articolo che descrive un esempio concreto, tra i tanti, di colonialismo economico e di applicazione del libero mercato reale, non quello dei manuali e che riguarda la Serbia e la sua apertura totale al libero mercato internazionale.
Dopo averla bombardata, invasa, umiliata (1999) sulla base di un supposto genocidio la cui inesistenza è stata poi ampiamente provata anche dagli osservatori internazionali; dopo aver rovesciato con la forza un governo legittimo solo perché ostile alla NATO e agli investimenti stranieri; dopo averne sfruttato le risorse economiche un tempo statali ed oggi di proprietà di imprese straniere; dopo aver appoggiato e fomentato la secessione di una parte storica del suo territorio nazionale (Kosovo, 2008) creando uno stato narcotrafficante divenuto una gigantesca base militare americana a cielo aperto; infine dopo tutto ciò, la nostra FIAT (che riceve denaro pubblico a palate ogni anno per delocalizzare all'estero la produzione) fa profitti a costo zero in Serbia sulle ceneri della gloriosa (un tempo) Zastava.

Lorenzo Dorato


Ecco l'articolo qui a seguire:




Per la Zastava e la Serbia non ci sono molti motivi per la festa. Per la Fiat invece sì


di Nenad Popovic *

Con riferimento agli articoli recentemente pubblicati nei giornali italiani tra i quali l’articolo del 25 settembre 2009 (quotidiano La Stampa: « La Fiat sbarca a Belgrado con la nuova low cost) il Sindacato Zastava comunica:

· Fino ad oggi la Fiat non ha versato nemmeno un euro dell’ investimento previsto dal Contratto.

· Azienda Fiat Auto Serbia (ufficialmente costituita) non ha ancora assunto lavoratori.

· La vettura Punto viene assemblata a Kragujevac con i particolari di produzione italiana, quindi non si tratta di produzione ma di assemblaggio.

· Per ogni vettura Punto venduta, la Zastava guadagna 722 euro che servono per coprire parte delle spese di produzione (energia, fluidi, vernici ecc.) e la parte dei salari (salario medio nella Fabbrica Zastava Auto 300 euro), il resto viene sovvenzionato dal governo serbo.

Di seguito riportiamo la traduzione dell’articolo pubblicato il 24.09.2009 sul quotidiano Politika, il piu diffuso in Serbia

« La settimana prossima sarà un anno dalla costituzione formale della Fiat Automobili Serbia, uno dei progetti piu pubblicizzati dal governo attuale, il progetto che doveva riavviare l’industria automobilistica in Serbia. Tale progetto era «il prediletto» e la speranza più grande degli esperti economici dell'attuale governo.

La sua realizzazione era stata presentata come l'investimento straniero piu grosso nel settore industriale, con un versamento iniziale da parte della Fiat pari a circa 700 milioni di euro. Avevano annunciato la produzione di 200.000 unità all’anno e un esportazione di oltre 1 miliardo di euro entro il 2011. Si prevedeva lavoro per almeno 10.000 disoccupati e Kragujevac era stata nominata la Detroit serba.

Ogni primo compleanno è sempre una bella occasione in cui, in una atmosfera piacevole si incontrano le persone e si fanno auguri reciproci per il successo comune.

Temo che questo avrà caratteristiche un po diverse. Non c’e nessun motivo per festeggiare perchè non possiamo dimenticare che la Fiat entro il 31 marzo dell’anno corrente doveva versare 200 milioni del capitale iniziale, che l’anno prossimo doveva partire la produzione del modello nuovo e che 2.433 lavoratori gia da sei mesi dovevano essere assunti dalla nuova azienda.

Che cosa c’è da festeggiare?

Festeggiamo il fatto che abbiamo lo stesso prodotto con un nome diverso, assemblato con i particolari importati? Oppure il fatto che tutta la produzione viene eseguita sugli impianti, che la Zastava aveva pagato 14 milioni di euro tre anni fa, invece di lavorare sulle attrezzature che la Fiat aveva promesso di portare a Kragujevac?

Forse festeggiamo perchè abbiamo rinunciato alla licenza per la produzione della «Zastava 10» per la quale avevamo pagato tre milioni di euro tre anni fa, fino al punto di rinunciare al 50 percento del guadagno sul modello attuale a favore della Fiat?

Forse festeggiamo perche i salari ai lavoratori ancora vengono pagati dal fondo statale, o perchè rinunciando alla pratica che dura da un decennio, forse potremmo provocare un tracollo del fondo dello stato, che per questo motivo potrebbe andare in deficit o qualcosa di simile?

Forse festeggiamo perche 20.000 formitori della Zastava sono rimasti senza lavoro, mentre i fornitori della Fiat lavorano a piena capacita' ?

Forse festeggiamo perche abbiamo un altra zona franca per cui, oltre tutti i favori fatti alla Fiat, la Serbia rinuncera' anche alle tasse doganali e ai dazi relativi alle attività della Fiat?

Per la Zastava e la Serbia non ci sono troppi motivi per fare festa.

Per la Fiat invece si'. In base all'accordo redatto dagli esperti socioeconomici del governo attuale, il produttore italiano, pur non avendo investito nemmeno un euro della somma promessa, ha un guadagno significativo. La Fiat ha il profitto garantito di 10 percento per ogni vettura venduta e siccome sugli impianti esistenti a Kragujevac, vengono assemblate 2.000 vetture al mese, possiamo facilmente calcolare che la Fiat in un anno incassera' circa 17 milioni di euro. Tenendo presente che di tale entrata vengono retribuiti solo i salari per i 35 managers della Fiat residenti a Kragujevac, quasi l'intera entrata si puo ritenere profitto. Tutte le spese di produzione sono sostenute dalla Zastava e dallo stato, la Zastava paga mano d’opera e tasse alla città di Kragujevac, mentre lo stato dal suo fondo paga i contributi per i lavoratori, piu 10 milioni di euro all’anno per le sovvenzioni d’acquisto per la vettura Punto.

Nessuno in Serbia può essere contento per l’insucesso del governo relativo a tale progetto. A me personalmente dispiace perchè un idea buona, che poteva trasformarsi in un progetto efficace (se l'accordo si fosse realizzato in modo profesionale e responsabile), si sia sciupata, e perche' invece di essere utile per lo stato e i cittadini serbi, sia diventata l'equivalente dell'imbroglio piu' grosso di questo governo, dall’inizio del suo mandato.»

* responsabile consiglio economico, del Partito democratico serbo

traduzione e introduzione a cura di Sos Yugoslavia

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domenica, 18 ottobre 2009

Analisi dell'accordo per il referendum per l'indipendenza del Sud Sudan nel 2010

Una delle notizie meno commentate e meno note della settimana è quella dell'accordo in Sudan tra il governo di Khartoum e il governo regionale del Sud Sudan per il referendum per l'indipendenza della regione meridionale del paese da tenersi nel 2010. L'accordo prevede al punto più importante è la determinazione del quorum che dovrà essere del 75% degli aventi diritto. L'accordo è stato raggiunto dal governo con il preciso intento di impedire la ripresa della decennale guerra civile che si andrebbe a sommare al fronte darfurino.
Vale la pena in tal senso di fare alcune analisi; il sottosuolo del Sud Sudan è ricco di petrolio e lì si concentra la maggioranza delle riserve energetiche nazionali (circa l'85% mentre il restante 15% si trova in Darfur).
E' interessante notare come la situazione di stallo si sia protratta per quattro anni; è dal 2005 difatti che resiste la tregua tra il governo sudanese e l'Esercito di Liberazione Popolare del Sudan (SPLA).
Viene da chiedersi dunque come mai ora Khartoum abbia deciso di sbloccare la situazione. In questo senso è necessario fare un passo indietro di qualche mese e parlare della nave cargo “MV Fainaâ€. Il 12 febbraio scorso la nave attracca a Mombasa in Kenya dopo essere stata sotto sequestro da parte dei pirati somali scaricando 33 carri armati, 150 lanciarazzi e 6 sistemi missilistici antiaerei. Il proprietario della nave cargo avrebbe pagato ai sequestratori per la liberazione della nave 3,2 milioni di dollari; il suo nome è Vadim Alperin, imprenditore ucraino-israeliano che secondo fonti della BBC sarebbe un ex-agente del Mossad. Sempre secondo le fonti della BBC il carico sarebbe stato proprio destinato al SPLA e farebbe parte di una serie di carichi bellici che sempre attraverso il medesimo canale (Alperin) sarebbe giunto al governo del Sud Sudan. Tutto lascerebbe supporre quindi che nei mesi precedenti l'accordo il governo del Sud Sudan sarebbe stato aiutato a riarmarsi da parte dei servizi segreti israeliani. A questo punto andrebbe ricordato che durante la guerra civile il SPLA era assistito dalle forze speciali statunitensi e veniva rifornito di armi attraverso l'aiuto di Israele, dell'Uganda e dell'Etiopia.
Parallelamente in questi mesi c'è stata la condanna del presidente sudanese Hassan Omar al Bashir per crimini di guerra e contro l'umanità da parte del tribunale internazionale dell'Aja, presidente che poco tempo prima aveva concesso lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi alla Cina.
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categorie: usa , israele, sudan
mercoledì, 14 ottobre 2009

Minima Moralia. O la rovina della casa Husher 2

Praejudicia e Selbstdenken 1


Rosy Bindi ha diffuso magliette con su scritto Non sono una donna a sua disposizione”, riferendosi al ben noto satirismo del premier e alla sua replica sarcastica: “Ravviso che lei è sempre più bella che intelligente”. Battuta squallida, non per nulla presa a prestito da un altro ben noto gentleman. Due signori, insomma, che, come si dice, si potrebbero vantare che “in quanto a finezza la mettono in culo a tutti”. E’ quel che è successo nel “salotto” di “Porta a Porta”. D’altra parte quando oggi si dice “salotti”, che diavolo ci possiamo aspettare? Il salotto di Madame de Staël?

Rosy Bindi ha la mia solidarietà.

Però, e mi dispiace per gli amici di sinistra che su questo pare proprio che non mi seguano, ha sempre avuto la mia solidarietà anche Mara Carfagna: solidarizzo con la Bindi per gli stessi motivi che mi hanno fatto indignare quando Sabina Guzzanti ha rivolto frasi ben più ingiuriose al ministro per le Pari Opportunità, quegli insulti volgari che hanno fatto così tanto scompisciare i tarantolati dall’antiberlusconismo.


Praejudicia e Selbstdenken 2


Grande bagarre per la bocciatura in Aula della proposta di “aggravante per omofobia”. Defezioni in casa PDL e defezioni in casa PD (la solita Binetti, numeraria dell’Opus Dei). La pregiudiziale di costituzionalità sollevata dall’UDC di Casini (bell’esempio di coerenza personale nel campo dell’etica cattolica) era perniciosa: l'«orientamento sessuale» includerebbe anche «zoofilia, pedofilia, necrofilia, masochismo e sadismo». Perniciosa sì, ma che ciurlava nel manico grazie alla dabbenaggine della proposta del PD e del suo “politicamento corretto” (“orientamento sessuale” è una delle classiche espressioni politically correct).

A questo punto anche il ministro Carfagna svetta come una pavoncella, cosa non difficile in un consesso di galline: “Mi farò garante di riparare all'errore commesso dal Partito Democratico, proponendo al Consiglio dei ministri un disegno di legge che preveda aggravanti per tutti i fattori discriminanti compresi quelli dell'età, della disabilità, dell'omosessualità e della transessualità.


Vissi d’arte, vissi d’amore”. Ovvero, dell’anticapitalismo artistico


Un sito della “sinistra di classe e libertaria” si scandalizza perché qualcuno critica l’appello di Tornatore per la liberazione di Roman Polanski: “Non sanno cosa sia il carcere! Noi vogliamo tutti fuori!”.

Io non so cosa sia il carcere. Nella mia vita sono solo stato manganellato dalla polizia in alcune manifestazioni e un paio di volte caricato su un gippone, ma in effetti non sono mai stato messo dentro. Tuttavia non faccio fatica ad immaginarmi che non sia una cosa allegra. Ma che c’entra?

Vogliamo tutti fuori? E perché? Perché ci sono le attenuanti sociali? Perché l’uomo è in sé un buon selvaggio corrotto dalla società? Questo stucchevole sociologismo che ha devastato la sinistra è veramente una motivazione libertaria? Davvero non esiste responsabilità personale? Davvero l’individuo è nulla e la società è tutto (perché questa è la conclusione da trarre e che fa il paio con la visione più belluina del Comunismo, quella visione organicistica che poco ha da invidiare al nazionalsocialismo)? Alla faccia del libertarismo.

E poi, ovviamente, essere messo dentro per stupro o per reati politici è la stessa cosa: tutti fuori! Il nostro sito “libertario” però ci spiega che ci sono delle motivazioni più raffinate: “Polanski si è già riscattato con grandi opere artistiche.”

Io amo le opere di Polanski, alcuni suoi film li ho visti anche 15 volte (contate). Ma davvero un artista ha diritto di sodomizzazione di bambine? Ah, quanto è libertaria questa idea! Perché delle due l’una: o tutti fuori anche se si è zotici, o fuori uno solo perché è un artista. La giustificazione aggiuntiva non è un rafforzamento della prima: la mina alla base.

Ad ogni modo, che un signore di 76 anni sia messo in galera per un vergognoso crimine commesso decine di anni fa, a me non interessa più di tanto. Posso anche spingermi a pensare che la sodomizzazione sotto droga di minorenni sia prescrivibile, al contrario dell’assassinio di massa per il quale ultraottuagenari nazisti possono ancora andare a finire in galera (cosa, sarò poco libertario, che in sé non mi rattrista molto). Tuttavia, per coerenza, anche un criminale nazista diventato artista dovrebbe essere difeso a spada tratta dai sedicenti “libertari”. Più incerta, presumo, sarebbe la motivazione per un appello per l’immediata scarcerazione di Gavrila e Alexandru, quelli condannati per lo stupro di una quindicenne a Roma, perché artisti non sono (o per lo meno non lo sono ancora).

Non contenti, in nome dell’equità sociale per cui l’artista non si tocca mentre gli altri non si sa, il sito libertario non perde occasione per lanciare una frecciatina contro Berlusconi: “Berlusconi dovrebbe invece riscattarsi dimettendosi”.

In effetti è qui che si voleva andare a parare. La base di questo discorso è, evidentemente, che l’accompagnarsi con puttane maggiorenni e arriviste d’alto bordo dell’odiato politico-imprenditore equivale alla somministrazione di droghe con stupro finale di bambine dell’amato regista-artista.

E qui passiamo ai punti successivi.


A and not A


Il lodo Alfano viene respinto dalla Consulta e subito tutti si lanciano a chiedere, per questa ragione, le dimissioni di Berlusconi.

Io, d’acchito, avrei ragionato all’incontrario: se fosse passato il lodo Alfano allora Berlusconi sarebbe riuscito a torcere la Costituzione a suo vantaggio e quindi ne avrei chieste le dimissioni. Essendo però stato respinto, e in assenza (magari momentanea) di sentenze penalmente rilevanti a carico del premier, per quale motivo dovrei chiederne le dimissioni? Capite l’inversione? Bisogna che si dimetta perché ha perso la sua, chiamiamola così, “battaglia contro la Costituzione”. E se l’avesse vinta?


Però con la perifrastica ...!”


Si riunisce in gran segreto (di Pulcinella) l’Aspen Institute, presieduto dal ministro Giulio Tremonti (quello che fa bau bau alle banche ma che poi non morde - è la “linea Obama” d’altronde). Presenti il fior fiore dell’opposizione (D’Alema & Co.), bei pezzi della finanza, come Corrado Passera, (evidentemente poco spaventati dai bau bau), il ministro Brunetta e il viceministro leghista Castelli.

E, guarda un po’, si parla del dopo-Berlusconi. Perché di questo si è parlato, inutili le perifrasi perché quella riunione era proprio una perifrastica (poi qualcuno spieghi il perché a Christian De Sica).

Nel Paese del Gattopardo e del trasformismo eletto a sistema, le parti si invertono, si mischiano, si disgregano e si riaggregano, alternano l’amplesso al tradimento in un gran puttanaio, questo sì, da cui il nostro povero Paese rischia di uscire molto male. Era già poco tollerabile quando la crisi c’era ma non era ancora conclamata in tutta la sua gravità (e, per paradosso, il puttanaio era minore). Adesso è un virus aggressivo in un corpo già indebolito mentre fuori imperversano epidemie geopolitiche che non avranno pietà di noi perché siamo eroi, santi e navigatori. E men che meno perché siamo “artisti”.

I topi fanno mostra di abbandonano la nave al primo scricchiolio serio. D’altronde sanno che il Capitano non ha nemmeno lui nessuna voglia di affondare col suo naviglio. Non è mai risuscito a dare un nome agli scogli su cui è andato a sbattere. Eppure i nomi erano scritti in grande, come l’insegna “Hollywood” a Los Angeles: Stati Uniti, politica energetica, politica estera, avvicinamento alla Russia, avvicinamento agli stati arabi, all’Iran, e adesso all’America bolivariana. E se non riesci a vedere gli scogli per quel che sono, puoi solo affondare.

No, non credo che il Capitano voglia affondare assieme alla nave. Uno che naviga a tentoni scambiando spesso la nave che gli è stata affidata per il proprio yacht personale, al momento opportuno scapperà con la scialuppa di salvataggio e chi trova posto trova posto.

Nelle stive, nella sala macchine, nelle twin-berth cabins di terza classe, con l’acqua alla gola rimarremo noi. Senza topi, senza Capitano, senza ospiti d’onore. Con la nave rovesciata su un fianco in balia dei marosi geostrategici mondiali e della furia predatrice dei pirati che si impossesseranno della carcassa.


Piotr 14 ottobre 2009

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lunedì, 12 ottobre 2009

Abu Mazen, il ricatto di Israele e la tragica condizione dei palestinesi.

E' di pochi giorni fa la notizia sconcertante della richiesta da parte del governo palestinese di Abu Mazen di sospendere la procedura di condanna di Israele (a seguito del rapporto Goldstone) per crimini di guerra durante i bombardamenti a tappeto di Gaza. Ufficialmente la mossa è stata giustificata dalla delegazione palestinese come espediente per prendere tempo in una situazione di incertezza in cui sarebbero mancati i consensi necessari perché la risoluzione di condanna passasse. Si tratta con ogni probabilità di una misera scusa che nasconde, purtroppo, un ben più grave stato delle cose. E' noto da alcuni anni e si è ben manifestato con il tentativo di colpo di Stato a Gaza per rovesciare il legittimo governo di Hamas, che la dirigenza dell'Autorità nazionale palestinese svolge un ruolo impregnato di servilismo, arrendevolezza e di fatto complicità con Israele. Si tratta di una deriva storica di lunga durata che affonda le sue radici negli accordi impotenti e suicidi di Oslo, nella farsa successiva degli accordi Camp David, ed infine nell'estromissione di Arafat , ritenuto troppo pericoloso, nonostante la strategia di sostanziale arrendevolezza e di stallo politico cui il leader storico palestinese aveva da anni ceduto. In questa fase storica l'ANP gioca, dunque, una funzione antiresistenziale vocata non solo alla perdita d'ogni velleità politica di resistenza, ma soprattutto alla legittimazione dello status quo dei palestinesi che Israele vorrebbe normalizzare.

La normalizzazione dello stato coloniale, naturalmente, non può che provocare disperazione, rabbia e resistenza nella popolazione palestinese. Non solo il successo politico di Hamas lo testimonia, ma anche la sempre più grave spaccatura all'interno della OLP.

Ma torniamo al fatto recente. Vi è, infatti, un particolare a dar ulteriore ragione della vicenda. Israele ha infatti direttamente fatto pressioni sul governo palestinese minacciando, in caso fosse stato dato il via libera alla procedura di condanna, di non accordare la concessione per l'installazione di una rete di telefonia mobile, settore di cui attualmente Israele detiene il monopolio nei territori occupati costringendo la popolazione palestinese a pagare una sorta di pedaggio per potervi accedere. Sembra che stretti parenti dello stesso Abu Mazen abbiano cointeressanze nell'affare della telefonia in Cisgiordania. Presumibilmente, anche questo (ma non solo questo) può spiegare l'incredibile scelta di sospendere la proceduta contro lo stato sionista presso le Nazioni Unite.

Non vi è dubbio, in ogni caso, circa il fatto che la dirigenza palestinese (l'ultimo evento è solo la ciliegina sulla torta) vive un periodo di drammatica lacerazione che, con ogni probabilità, condurrà a scenari segnati da spaccature interne. La speranza, naturalmente, è che non venga ulteriormente pregiudicata la fondamentale unità del popolo palestinese accomunato dagli stessi bisogni e dalle stesse sofferenze.

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Balaklava 2009. O della logica monotonica

Anche se come si sa non condivido certi toni ultimativi, c’è una verità, tra altre, che ha recentemente scritto GLG sul blog “Ripensare Marx”:


"Il fatto è che i “comunisti” d’oggi, ormai sconfitti e sclerotizzatisi, non capiscono ciò che aveva compreso perfettamente Lenin: quanto più le potenze in conflitto si equivalgono in forza, tanto meno si uniscono – come temono alcuni, lontani mille miglia dal leninismo – per “fottere” i dominati."

 

In realtà questo è ciò che credono tutti i marxisti dottrinari, perché non c'è nulla da fare: il marxismo dottrinario porta sempre di riffa o di raffa all’ultraimperialismo.

Detto in altri termini, i marxisti dottrinari hanno sempre scambiato il modello per la realtà. Il che in certi ambiti scientifici può essere più o meno scusabile e avere conseguenze più o meno spiacevoli. Nell'ambito delle scienze sociali è inscusabile e i disastri sono garantiti.

Quel che è più curioso (per così dire) è che ora abbiamo a che fare o con gente che ha rinnegato il marxismo in tutte le sue forme o con marxisti dottrinari, che sono puri e duri ma, guarda caso, sono sempre pronti ad allearsi con quelli che hanno rinnegato.

In vista di elezioni anticipate sono già incominciati gli appelli per l’unità elettorale antiberlusconiana, in nome della difesa della Repubblica Antifascista e della Costituzione.

E’ naturale, comunque, che i marxisti dottrinari (che per l’appunto sembra l’unico genere di marxisti rimasto in circolazione) si alleino con i fedeli alleati degli USA. Se manca una chiara visione antimperialista il risultato è scontato.

E se si pensa al liberismo come fase del capitalismo (unico e monolitico, ovviamente: ancora l’altro ieri ad una manifestazione contro il golpe in Honduras ho dovuto sentire oratori di estrema sinistra che parlavano di “imperialismo delle multinazionali”; ma non era una scemenza già detta dalle BR?), se si pensa quindi la crisi odierna come crisi epocale del capitalismo (ma quante volte è già stato fatto quest’errore?), che altre conclusioni se ne possono trarre? Per i nostri confusionari marxisti dottrinari bisogna concludere obbligatoriamente che Berlusconi è emblema di questa fase di putrescenza del capitalismo (ovvero si rispolverano mutatis mutandis le vecchie e storicamente deleterie sciocchezze del Fascismo come espressione del capitalismo finanziario, a sua volta visto come segno inequivocabile della putrefazione del capitalismo).

Che poi Tremonti dica (magari con pochi fatti al seguito) che bisogna ridurre lo strapotere delle banche e che i progressisti dicano invece che lo Stato non deve intromettersi negli istituti di credito (di credito? a chi?) e che i nostri banchieri sono "L'élite che resiste" (non sto scherzando, ahinoi!), che poi i berluscones vogliano difendere l'ENI dallo spezzatino con privatizzazione tentato almeno dal 1999 dagli antiberluscones (e ricordo i lettori che ne ho testimonianza diretta, per via del mio lavoro), tutto ciò non suggerisce ai nostri dottrinari sedicenti antiliberisti e antifinanziarizzazione, di rivedere di una virgola le loro conclusioni.

Questa, a casa mia, si chiama logica monotonica, quella logica per cui, ad esempio, se un giudice ha sentenziato che X è colpevole di assassinio, lo manda sulla sedia elettrica e se nel frattempo si viene a sapere che è Y il vero colpevole, X va a finire sulla sedia elettrica lo stesso, perché nessuna conclusione può essere rimessa in discussione da nessuna evidenza contraria.

Si sono avvicendati brillanti logici matematici per disfarsi di questa regola. Ma i nostri brillanti marxisti dottrinari continuano ad usarla con determinazione bovina.

La sinistra e i “progressisti” nemmeno si pongono il problema: per loro liberismo o non liberismo, crisi o non crisi, finanziarizzazione o non finanziarizzazione pari sono. Ciò che fa la differenza è Berlusconi. Lì c'è il nemico. Lì bisogna caricare.

"There is your enemy. There are your guns, My Lord." ("Là c'è il vostro nemico. Là ci sono i vostri cannoni, mio Signore"), gridò il capitano Louis Edward Nolan al duca di Lucan, che ordinò così al marchese di Cardigan di lanciare i suoi 600 cavalleggeri contro l’artiglieria russa a Balaklava. Una follia:

"C'est magnifique, mais ce n'est pas la guerre", commentò il Maresciallo di Francia Pierre Bosquet che vedeva dall’alto l’azione.

Noi cosa possiamo dire di questa carica, non di cavalleggeri ma di bufali, anzi più che una carica una vera e propria stampede, la corsa impulsiva e devastante di una mandria in preda al panico?

"E' orrendo, è futile, è dannoso e i responsabili di questo disastro dovrebbero essere processati quanto meno per incapacità e disastro colposo, se non per reati peggiori .".

 

Piotr 11 ottobre 2009


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venerdì, 09 ottobre 2009

Premio nobel ad Obama. La consueta farsa di un premio politico a uso e consumo dei dominanti.

Che il nobel per la pace fosse per lo più una farsa ad uso e consumo dei dominanti del mondo non era di certo una novità. Soprattutto non è una novità l'uso politico che di tale premio può essere fatto per orientare il sentire di un'opinione pubblica mondiale manipolata. Per quanto di tanto in tanto il nobel sia passato per mani degne del suo nome o per lo meno innocue, come Madre Teresa di Calcutta, il “banchiere dei poveri” Yunus o Rigoberta Menchù tum, o ancora associazioni internazionali di vario tipo, spesso e volentieri tale premio è stato assegnato ad autentici protagonisti della violenza colonialista e della guerra imperialista. Kissinger, mente decisiva dell'imperialismo statunitense negli anni 70, in particolare dei colpi di Stato criminali e sanguinosi condotti in sudamerica, ricevette il nobel nel 1973 per la mediazione nei negoziati che condussero alla fine della guerra in Vietnam. Shimon Peres, e Isac Rabin, protagonisti a pieno titolo della politica criminale che Israele ha condotto e conduce a scapito dei palestinese ricevettero il premio insieme ad Arafat nel 1994 per gli accordi di Oslo che segnarono la resa incondizionata della dirigenza palestinese ai diktat imperiali israeliani. E gli esempi sarebbero ancora numerosi.

Non si tratta d'altra parte di opporre al duro realismo della politica reale una sorta di visione sognante ed ingenua della pace come campo esclusivo di non violenti, missionari, giornalisti coraggiosi e uomini semplici. E' chiaro che la pace è qualcosa che, pur passando per questi canali, transita necessariamente per l'azione diplomatica, il realismo politica, l'opera certosina di uomini di Stato pazienti e sapienti.

Il problema dunque non si pone in termini di opposizione tra anonimi coraggiosi senza potere contro uomini in giacca e cravatta o in divisa militare potenti, ma nella valutazione del ruolo oggettivo giocato da un determinato personaggio alla luce del proprio spazio, della propria funzione e delle proprie concrete possibilità.

Ora, mi sembra assolutamente scontato che non è possibile in alcun modo considerare Barak Obama uomo di pace, in qualsiasi ottica ci si voglia mettere. Per quanto il suo stile sia decisamente più aperto e per quanto i suoi discorsi possano ispirare maggior simpatia dei deliri messianici e suprematisti di un Bush, è un dato di fatto ampiamento certificabile che il neo-presidente degli Stati Uniti ha mantenuto e mantiene in pienissimo vigore una strategia di dominio globale di carattere militarista, aggressivo, in linea con il ruolo di superpotenza imperialista detenuto tutt'oggi (per quanto in fase di progressivo declino) dagli USA. Lo certificano l'occupazione criminale e perdurante dell'Iraq; l'intensificazione della strategia militare in Afghanistan con sconfinamenti continui in Pakistan; la prosecuzione, a dispetto delle parole confortanti del principio, dell'embrago illegale e criminale contro Cuba; le ingerenze manifeste (seppur appartemente contraddittorie) in gran parte dei paesi sud-americani con il caso eclatante dell'Honduras (di recente l'esercito americano ha effettuato un esercitazione militare con le milizie del golpista Micheletti), e con la volontà di riempire la Colombia di nuove basi militari, facendone un centro per il controllo degli ostili processi di emancipazione antimperialista di diverse nazioni limitrofe; la sostanziale indifferenza per la sorte dei palestinesi certificata dalla linearità indisturbata dei rapporti con Israele; le ripetute minacce alla sovranità dell'Iran.

Che Obama sia strumento di poteri più grandi di lui, che vorrebbe procedere per la via che declama spesso a parole, ma non può farlo perché ostaggio delle lobbies...tutto ciò è sicuramente interessante sul piano della psicologia della persona, ma non ha nessun valore politico ai fini di un giudizio complessivo sull'operato oggettivo del presidente USA.

Tra le motivazioni ufficiali della scelta del nobel, oltre ad un generico “impegno per la pace e la cooperazione tra i popoli”, si cita “l'impegno per il disarmo nucleare”. Su questo punto in particolare si giunge al culmine della farsa. L'impegno di Obama per il disarmo nucleare è il consueto impegno di una superpotenza nell'impedire che potenziali paesi non allineati al suo dominio si dotino dell'arma atomica in chiave autodifensiva. Non credo che Obama abbia mai parlato di smantellamento dell'arsenale nucleare statunitense. Nulla di particolarmente inconsueto o disdicevole, ma basta che si chiamino le cose per nome.

La verità, in fondo, è un'altra. Ed è che gli Stati Uniti mai come oggi, a seguito della sciaguratissima e suicida strategia di Bush negli otto anni di governo dal 2000 al 2008, necessitano di una pulizia complessiva della propria immagine nel mondo (altamente compromessa). Obama, il presidente nero del “Yes we can” ha inaugurato uno stile comunicativo ed una strategia di relazioni internazionali assolutamente adatte a questo bisogno, ed incarna il ruolo dell'imperatore buono cui i sudditi non tardano a sottomettersi elogiandone le qualità, la clemenza e la saggezza. L'entusiasmo che l'elezione di Obama ha suscitato un anno orsono in settori amplissimi della società italiana (e persino nella sinistra sedicente comunista) sono semplicemente la dimostrazione del ruolo di provincia imperiale accondiscendente che tutt'oggi l'Italia gioca sullo scacchiere internazionale.

Il nobel per la pace accordato al presidente USA è la conferma di una strategia di immagine che in parte ha già dato i suoi frutti.

Lorenzo Dorato



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giovedì, 08 ottobre 2009

I tre scenari: Gattopardo, Leone, Camaleonte

1. E così il lodo Alfano è stato dichiarato incostituzionale.

A lume di naso sembrava anche a me, anche se era stato scritto ricalcando le motivazioni di una sentenza della Corte Costituzionale e quindi credo che tecnicamente le cose fossero un po’ più complesse.

Ad ogni modo è un dato di fatto che servisse a mettere al riparo il Cavaliere, e non certo Fini, Schifani o Napolitano, dalle ire della “giustizia”.

Perché è più che lampante che il Cavaliere si sia fatto largo nella vita con metodi non proprio ortodossi.

Non è ad esempio ortodosso corrompere i giudici per mettere le mani sulla Mondadori (e farlo attraverso un personaggio come Previti è particolarmente disgustoso). Tuttavia non lo è neppure regalare di fatto oltre 13.000 miliardi di lire in beni pubblici (rete telefonica delle Ferrovie dello Stato) all’Ingegner Tessera N. 1 del PD per via delle pressioni di un presidente dell’Antitrust di nome Giuliano Amato (coadiuvato da D’Alema, secondo l’allora AD delle Ferrovie), sotto lo sguardo tollerante del primo governo Berlusconi. L’Ingegnere si godeva così i frutti di una curiosa decisione: l’assegnazione della seconda licenza per la gestione dei telefonini conferitagli da Ciampi proprio il giorno dopo la sconfitta della sinistra post-comunista alle elezioni politiche, ovvero in quell’intervallo di tempo in cui si dovrebbe rimanere in carica solo per l’amministrazione corrente e non per favorire gli amici negli ultimi scampoli di validità di una delega che il cosiddetto “popolo sovrano” ha già ritirato. Ecco cosa fanno i “democratici”.

Che strano dittatore è invece Berlusconi: vince le elezioni e non revoca la licenza all’Ingegnere, con tutto che da anni i due erano come cani e gatti per via della “Guerra di Segrate” per il controllo, appunto, della Mondadori. Anzi, lascia che il presidente dell’Antitrust da lui stesso nominato (forse in ricordo dell’amico Craxi) favorisca ulteriormente il suo acerrimo avversario. Boh. Vallo a capire. Voleva far pace? Voleva farsi accogliere nei salotti buoni? Chi lo sa.

In questo caso però Berlusconi non si tocca (e nemmeno Amato), perché altrimenti bisognerebbe anche toccare l’origine del potere secolare dell’Ingegnere. Sarebbe un po’ come spiattellare che la donazione di Sutri era illegale e quella di Costantino un falso, nel bel mezzo della lotta tra Papato e Impero. E infatti la Chiesa Cattolica negò le conclusioni del Valla per secoli: niente di nuovo sotto il sole.


2. Si sa che non tutte le ciambelle riescono col buco. Ma a guardar bene ciò vuol dire che alcune ce l’hanno e alcune no. E sembra che a non avercelo quasi mai siano proprio quelle del Cavaliere. Le altre ciambelle il buco ce l’hanno sempre, così come le altre pentole sembrano avere sempre il coperchio e quelle del Cavaliere no.

Una questione di sfiga? Non proprio. A me non stupisce.

Non mi stupisce perché il Cavaliere è l’erede del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), sia nei favori, sia nella politica (specialmente estera), sia nell’elettorato, ovvero è erede proprio di quel sistema che gli USA dopo il collasso dell’URSS hanno voluto affondare per sostituirlo coi post-comunisti. E’ giocoforza allora che il Cavaliere abbia da sempre contro un bel po’ di apparati dello Stato ben addestrati a recepire i voleri d’oltre Atlantico.

Non mi stupisce perché avendo contro anche tutto l’establishment industriale, finanziario e mediatico (non televisivo) italiano (RCS, FIAT, Espresso-Repubblica, Confindustria, Mediobanca e consoci), il Cavaliere ha dovuto giocar sporco, come tutti i newcomer nei conflitti tra gang rivali. E come ben si sa, il capo gangster che ha già acquistato una posizione sembra sempre più ripulito del capobanda appena arrivato e che cerca di farsi la propria zona d’influenza.

E’ così dopo la mazzata civile dei 750 milioni di euro da pagare sull’unghia all’Ingegner Tessera N. 1, adesso arriveranno le mazzate penali.

E avevo finito di scrivere “La democrazia, l’eversione e la rovina della casa Husher” proprio ieri. Incredibile. Dato che avete l’orologio sul computer, sapete che l’ho scritta prima della sentenza della Consulta. Che io sia un po’ porta sfiga?

Ad ogni modo, la rovina che si sta preannunciando non è di tipo politico, non è di tipo elettorale. Per lo meno non ancora: una sinistra così miseranda e priva di qualsiasi idea non può aspettarsi una riscossa in tal senso. Ecco quindi alcuni degli scenari possibili:


a) Scenario del Gattopardo: non si va ad elezioni anticipate, rimane in carica questo governo fino ad erosione del nucleo berlusconiano (magari con testa di Tremonti offerta su un piatto d’argento ai banchieri: l’élite che resiste, per La Repubblica!) e con progressivo aumento d’influenza del fascio-antifascista Fini (quello che scrisse la Bossi-Fini e adesso vuole dare lezioni di accoglienza agli immigrati; e qualcuno gli crede: geniale!).

E’ lo scenario che predilige Confindustria: infatti la Mercegaglia ha fatto sapere chiaro e tondo che è meglio non andare alle elezioni anticipate. Perché? Per il bene dell’Italia, come dice lei? Ma mi facci il piacere!! Eccolo qui sotto il perché.


b) Scenario del Leone: si va ad elezioni anticipate. Credo che se messo all’angolo sarà la scelta di Berlusconi, se non decide di adeguarsi alla propria decadenza per meglio controllarla e magari giungere ad un compromesso. Ma è una carta che deve giocare non troppo in là, se la vuole giocare. Prima del logorio al quale sarà sottoposto. Infatti penso che nuove elezioni adesso risulterebbero in un plebiscito a favore di Berlusconi. Alla fin fine si è visto che mesi e mesi di attacchi nazionali e internazionali eseguiti con ogni mezzo, anche ignobile, hanno portato a Roma un numero relativamente limitato di persone, non una folla oceanica (300.000 persone in Piazza del Popolo significherebbe 8-9 persone per metro quadro, ivi compreso il palco: una evidente sciocchezza da dividere per tre). Il PD lo sa, la Confindustria lo sa, i banchieri lo sanno e lo sa anche il Berlusca. E il consenso verso di lui non verrà di certo intaccato da una sentenza della Consulta. Quella sentenza se la devono giocare in manovre di Palazzo, non nelle piazze e nelle urne.


c) Scenario del Camaleonte: ribaltone subito! Mentre la prima volta lo fece la Lega (all’epoca “costola della sinistra”, nevvero D’Alema?), adesso lo dovrebbe farebbe la destra finiana con settori felloni di forzisti. E’ lo scenario prediletto da Di Pietro. Ma non sembra essere amato da Casini, forse perché il ribaltone subito metterebbe una sinistra ininfluente nella posizione di poter esercitare un ricatto sostanzioso. Probabilmente Fini, Rutelli e Casini attendono la maturazione delle condizioni per un ribaltone dilazionato, ricollegandosi per adesso ai desiderata confindustriali (scenario del Gattopardo).


Per ora posso solo concludere che si sta aprendo una fase molto delicata per il nostro Paese e ribadire quanto detto in precedenza:


lo scontro vedrebbe due schieramenti torbidi guidati da scribi e farisei ipocriti pretendere che noi ci si schieri come Manichei: o con la Luce o con le Tenebre.

Un orrore.


Una palude melmosa e maleodorante nella quale però sarà necessario sforzarsi di discernere le forze e gli interessi in campo - una volta prese adeguate misure profilattiche, per prima cosa l’antitifica nel senso sportivo (nessun tifo per nessuno, ché se fosse per me dovrebbero andare tutti in Siberia, per usare un pittoresco modo di dire veterocomunista che varrebbe la pena rinverdire, dati i tempi) - andando al di là degli inevitabili e pietosi spettacoli pubblici che ci verranno inflitti.


Piotr 7-10-2009

postato da: ComProlRes alle ore 10:33 | link | commenti (2)
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martedì, 06 ottobre 2009

Per la manifestazione del 17 ottobre

Di fronte al dilagare del razzismo di stato e a leggi sempre più discriminatorie

ci rivolgiamo a tutti i lavoratori e i delegati

 

 Ai lavoratori e ai delegati italiani diciamo:

“Dateci una mano, lottate con noi, perché in questo modo aiuterete anche voi stessi.
Senza diritti noi immigrati siamo costretti a subire di tutto, a lavorare come bestie e con paghe da fame.
Nei cantieri, nelle fabbriche e nei servizi i padroni e i padroncini sfruttano questa situazione per ricattare anche voi lavoratori italiani, per indebolire il vostro potere contrattuale, per attaccare i vostri salari e i vostri diritti.
Respingete le campagne razziste dei governi e della stampa con cui si vuole scatenare una guerra tra poveri e, al contrario, iniziate a  vedere in noi non dei pericolosi concorrenti, ma dei lavoratori come voi con cui iniziare a lottare ed organizzarsi comunemente.
Quanto più siamo ricattabili noi, tanto più lo sarete anche voi. Quanto più saremo forti noi tanto più lo sarete voi”

 A i lavoratori e ai delegati immigrati diciamo:

“Veniamo dall’Africa, dall’Asia, dall’Europa dell’Est e dall’America Latina. Veniamo da quella parte del mondo che ogni giorno viene  impoverita e devastata dalle politiche e dalle guerre delle nazioni ricche.
Siamo stati costretti a lasciare i nostri paesi per tentare di costruire un futuro migliore per noi e per i nostri figli.
Siamo venuti in Italia e in Occidente carichi di speranza, ma qui abbiamo trovato razzismo e supersfruttamento. Per le aziende e per tutta l’economia italiana siamo ormai indispensabili, ma ci vogliono tenere come schiavi con pochi o senza diritti.
È ora di organizzarci, di difenderci  e di rivendicare i nostri diritti tutti insieme.
Non facciamoci divedere per nazione di provenienza o per fede religiosa. Non facciamoci dividere tra chi ha e chi non ha il permesso di soggiorno. Non facciamoci mettere  gli uni contro gli altri, ma iniziamo a lottare uniti per rivendicare pieni diritti per tutti gli immigrati, il permesso di soggiorno per tutti senza condizioni e l’abolizione integrale della Bossi-Fini e di tutte le nuove norme razziste”.
 
 
Per questo chiediamo a tutti di contribuire a preparare concretamente con assemblee e discussioni nei posti di lavoro la

MANIFESTAZIONE NAZIONALE

CONTRO IL RAZZISMO del 17 OTTOBRE

 
 Comitato Immigrati in Italia – Roma
Comitato Lavoratori Immigrati e Italiani Uniti
postato da: ComProlRes alle ore 12:37 | link | commenti
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