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martedì, 13 maggio 2008

La guerra con l'Iran può essere più vicina di quanto si pensi

The American Conservative:9/5/2008

 

   Assordante il silenzio nel nostro paese sulle prospettive di una grande guerra mediorientale innescata da un attacco missilistico ed aereo statunitense e israeliano contro una presunta base iraniana per l’addestramento dei terroristi che uccidono i soldati americani in Iraq. Silenzio del governo Berlusconi, silenzio della maggioranza e della minoranza parlamentare, silenzio di politologhi ed esperti militari, silenzio dei mass media. Se ne parla e se ne scrive negli Stati Uniti e in Europa, non in Italia. L’ultimo e più allarmante annunzio di un’imminente apocalisse è stato dato il 9 maggio dal periodico di destra  The American Conservative: con il titolo  “La guerra con l’Iran può essere più vicina di quanto si pensi” Philip Giraldi, ex funzionario della Cia,  riferisce di una riunione del Consiglio della Sicurezza Nazionale che ha approvato i piani di attacco con missili Cruise contro una base Al Qods  (la Guardia Rivoluzionaria Iraniana) ove verrebbero addestrati i militanti iracheni impegnati nella guerriglia contro le truppe d’occupazione. Il Segretario di Stato Condoleeza Rice, il Segretario del Tesoro Henry Paulson, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Stephen Hadley, il Presidente George W. Bush e il Vice Presidente Dick Cheney hanno approvato il piano operativo, mentre il Segretario della Difesa Robert Gates si è espresso a favore di un rinvio dell’operazione. Due giorni prima, il 7 maggio, la Casa Bianca aveva inviato tramite i dirigenti della regione curda in Iraq una comunicazione ufficiale al governo iraniano che chiedeva a quest’ultimo di ammettere le sue interferenze nel paese vicino e l’impegno formale a interrompere il suo appoggio ai vari gruppi di militanti che si battono contro le truppe Usa. Immediata la risposta  di Teheran: nessuna discussione è possibile  fino a quando gli Stati Uniti non sospenderanno le infiltrazioni di agenti e il sostegno fornito ai dissidenti iraniani. Da qui la decisione dell’Amministrazione Bush di inviare un segnale “inequivocabile”  e cioè missilistico alla dirigenza iraniana. Presumibilmente – conclude la nota informativa di The American Conservative – si tratterà di una attacco di precisione mirato contro i dispositivi al-Qods di una base nei pressi di Teheran che eviterà perdite tra i civili: spetterà al Presidente ordinare la missione non appena i preparativi verranno messi a punto.

    Il 10 maggio la Casa Bianca ha ammesso ufficiosamente che una riunione del Consiglio della Sicurezza Nazionale c’era stata e che aveva avuto per tema la visita questa settimana del Presidente a Gerusalemme per partecipare alle celebrazioni del 60mo anniversario dello stato di Israele e per rilanciare i negoziati di pace, argomento questo poi ripreso da George Bush il 12 maggio.

     Non meno allarmanti gli sviluppi delle ultime settimane: una seconda portaerei con cacciatorpediniere e navi d’appoggio ha raggiunto  a fine aprile l’imponente schieramento aereo navale statunitense nel Golfo Persico; cresce di giorno in giorno il barrage di denunzie da parte del Dipartimento di Stato del governo di Tehran per le sue presunte interferenze militari in Iraq mentre sono saliti a cinque le intercettazioni di unità leggere iraniane nelle acque territoriali del paese ad opera delle unità navali Usa e vasti campi minati sono stati allestiti sulle sue frontiere; malgrado le smentite dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e di sedici servizi del controspionaggio Usa  il Vice Presidente Cheney  e il Segretario di Stato Rice hanno continuato a denunziare  insieme ai governanti israeliani la potenziale minaccia nucleare di Tehran; il fallito tentativo nel Libano di neutralizzare Hezbollah , probabile preludio di una seconda offensiva israeliana, può avere indotto Washington ad accelerare i tempi dell’offensiva contro l’Iran.

   Gary Leupp, professore di storia alla Tufts University, orientalista ed esperto di questioni mediorientali, ha tratto spunto  dalle rivelazioni pubblicate da The American Conservative per delineare le catastrofiche consequenze  del previsto attacco Usa, da una spasmodica e generalizzata reazione militare iraniana al coinvolgimento bellico della Siria e del Libano, dalle insorgenze armate shiite al rovesciamento dei regimi pro-occidentali fino a nuove alleanze oggi impensabili come quella tra il regime di Tehran e i Talebani sunniti.  Gary Leupp è quanto mai pessimista sull’eventuale opposizione dell’opinione pubblica statunitense che verrebbe travolta da una grande fiammata patriottica  a sostegno dei “nostri ragazzi al fronte” e per quanto riguarda i due candidati democratici alla presidenza sia Hillary Clinton che Barak Obama hanno già affermato che contro l’Iran “ogni opzione è valida”, per non parlare poi del repubblicano John McCain, che è stato descritto anche da qualche suo sostenitore come “un Bush agli steroidi”. Una grande guerra mediorientale renderebbe certa la sua già probabile vittoria a novembre, aiuterebbe gli Stati Uniti a superare la più grave crisi economica dopo quella degli anni trenta e nel dissennato disegno dei neocons l’interruzione dei flussi energetici mediorientali verso Cina, India ed Europa, ed un possibile impiego di armi nucleari tattiche contro l’Iran rafforzerebbero l’egemonia politico militare del grande impero d’occidente sul mondo intero.

   E l’Italia? “L’Italia farà la sua parte” come ha anticipato l’ex Ministro alla Difesa nonché ultrà americano Martino con la sua proposta di cambiare le regole d’ingaggio nel Libano  e di impegnare direttamente le nostre valorose truppe sui campi di battagli dell’Afghanistan. Tutti gli altri, opposizione e governo, giornali e telegiornali preferiscono ignorare il dramma immane che sta per abbattersi sull’umanità. Non si sa così se abbiamo aumentato – come tutti gli altri paesi europei - le riserve strategiche di petrolio, non si sa se il Ministero della Difesa abbia approntato piani per l’evacuazione dei nostri soldati privi di mezzi bellici adeguati a combattere una guerra guerreggiata, dall’Afghanistan e dal Libano e di quelle centinaia di Carabinieri e forze speciali adette all’addestramento dell’esercito e della polizia in Iraq.

   Il governo del bel paese e l’opposizione di sua maestà preferiscono occuparsi dell’urgente necessità di imbavagliare Travaglio, azzerare Anno Zero e attuare i diktat contro le donne di Joseph Ratzinger.

 

Lucio Manisco

Torino 10 maggio

Una manifestazione ampia e vivace ha attraversato le vie di Torino, a suggello della campagna Free Palestine di boicottaggio della Fiera del Libro 2008 e della sua infausta scelta di dedicare l'annuale edizione della kermesse allo stato di Israele come "ospite d'onore".

La manifestazione di oggi, composta da delegazioni nazionali (da tutta Italia) e internazionali (Svizzera, Francia, Israele) ha mostrato in maniera molto chiara di sapere "da che parte stare": contro gli inchini ai poteri forti, con le ragioni di chi resiste al (neo)colonialismo di marca imperialista, ricordando che "non c'è nulla da celebrare" per uno stato criminale fondato sulla rimozione di un altro popolo e una pratica continua di pulizia etnica e regime istituzionalizzato di apartheid.

L'Assemblea Free Palestine ritiene di aver raggiunto i propri obiettivi nella misura in cui ha imposto un dibattito pubblico a livello nazionale sulle ragioni del boicottaggio contro quelle della resa. A conferma di un successo annunciato dall'intensità della polemica, l'inflessione pesante nel numero delle visite, già evidente nei giorni inaugurali, pesante in questo sabato-giorno clou della kermesse.

Un corteo comunicativo e partecipato
Il serpentone era aperto da una bandiera palestinese lunga dieci metri e larga quattro, sostenuta da una quindicina di persone. Tanti i partecipanti, un centinaio le organizzazioni che hanno aderito. Subito dopo il vessillo palestinese, uno striscione mostrava le immagini del conflitto israelo-palestinese, con scritto «Boicotta Israele, sostieni la Palestina». C'era anche una gigantografia con il rogo delle bandiere di Israele e degli Stati Uniti in piazza a Torino il 1° maggio e la frase «Israele non è un ospite d'onore».

Il corteo ha attraversato i quartieri popolari di San Salvario, Nizza Millefonti e Lingotto, riuscendo a comunicare le proprie ragioni con gli abitanti, nei giorni precedenti pesantemente spaventati da una campagna mediatica di isteria e terrorismo psicologico, mirante a descrivere una giornata di zone rosse, e scontri. Un'operazione non riuscita, grazie alla presenza degli abitanti del quartiere e di numerosi esercizi commerciali che hanno scelto di non aderire all'appello allarmista alla chiusura.
Alcuni di loro hanno addirittura voluto esprimere dal furgone del corteo il proprio dissenso alla cappa di paura imposta da media, politici e questura. Gli abitanti del quartiere invece di farsi intimorire dall'invito a rimanere barricati nelle proprie case, hanno accolto il corteo e l'hanno rimpolpato di persone, portando a 8000 le 5000 presenze iniziali.

Gli interventi di lungo tutto il corteo hanno ribadito le parole d'ordine della mobilitazione per un "2008 anno della palestina". Dai microfoni hanno parlato i vari soggetti che hanno promosso la campagna e organizzato la manifestazione.
Oltre alla foltissima presenza di centri sociali antagonisti, organizzzazioni di solidarietà internazionale, sindacati di base e la comunità palestinese, significativa e molto apprezzata la presenza di Ebrei contro l'occupazione, che hanno accompagnato il corteo con interventi e testimonianze durante e alla fine del percorso.

Imponente la presenza delle forze dell'ordine: polizia, carabinieri e guardia di finanza che hanno letteralmente blindato con più di 1000 uomini, il perimetro del Lingotto Fiere, bloccando con vari reparti antisommossa tutte le vie di accesso ad un 'evento che continua a pretendersi "culturale" nonostante l'elmetto indossato.

La manifestazione si è infine conclusa dove aveva preteso di arrivare, a un centinaio di metri dall'ingresso del Salone, con una serie di interventi che hanno ricordato le ragioni - molto politiche - di un evento "culturale" e del suo boicottaggio.

Da www.infoaut.org, con alcune modifiche
giovedì, 08 maggio 2008

Un motivo in più per essere a Torino!

"Watch your ass, remember W.Z. Roma 12/10/'72"
...che tradotto significa...
Guardati il culo, ricorda W. Z. Roma 12/10/'72

Questo è il testo della lettera di minacce ricevuta da tre personalità del mondo intellettuale e associativo in Italia: il prof.  Gianni Vattimo, l'artista pacifista Elvio Arancio e l'architetto Mohammad Hannoun, presidente della Abspp-onlus (Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese).
Le lettere, tutte uguali, sono state scritte con una biro rossa e in stampatello e spedite da Torino. 
Il riferimento, "remember W.Z. Roma, 12/10/'72" (in blu per ricordare la matrice degli assassini) è all'omicidio dell'intellettuale pacifista palestinese Wail Zuaiter, residente in Italia e rappresentante di Fatah. Zuaiter è stato ucciso dal Mosad (il nome corretto), il servizio segreto israeliano, mentre tornava a casa, in piazza Annibaliano, a Roma.
Le tre personalità, che hanno già presentato denuncia alla polizia, hanno indetto una conferenza stampa per sabato 10 maggio alle ore 10, al Centro italo-arabo Dar al-Hikma, in via Fiochetto 15, a Torino.
Vattimo, Arancio e Hannoun sono noti per le loro posizioni a favore dei diritti del popolo palestinese e per le critiche nei confronti delle politiche del governo di Israele.
Questo ci pare un ottimo motivo in più, qualora servisse una spinta ulteriore, per recarci tutte e tutti a Torino.
Esprimiamo la totale ed incondizionata solidarità ai tre destinatari della lettera.

Comunità Proletarie Resistenti

Sessanta anni di Israele: i Palestinesi commemorano la perdita della terra

Mentre gli israeliani celebrano la nascita del loro Stato etnico e razzista, i palestinesi commemorano la perdita della loro terra. E' stato inaugurato un simbolico "campo del ritorno", un piccolo accampamento organizzato con una mostra di fotografie e documenti risalenti alla creazione, nel 1948, dello Stato di Israele. Con la nascita dello stato ebraico, infatti, centinaia di migliaia di palestinesi divennero rifugiati. Le commemorazioni palestinesi per il 60° anniversario della 'nakba' (la 'catastrofe', in arabo) culmineranno il 15 maggio.

Un chiaro messaggio

No al colonialismo sionista!

Stato unico per arabi ed ebrei in Palestina!

Boicotta Israele, boicotta la fiera del libro 2008!
mercoledì, 07 maggio 2008

ROMPIAMO L’EMBARGO

ROMPIAMO L’EMBARGO

Il primo ministro palestinese, Ismail Haniye, interverrà in diretta da Gaza all’assemblea di Torino per la fine dell’embargo.
L’assemblea si terrà sabato 10 maggio, presso il Centro Italo Arabo Dar al Hikma in via Fiochetto 15 (zona Porta Palazzo) con inizio alle ore 10.

*******************

LA PAROLA A GAZA
Assemblea per la fine dell’embargo
Torino, sabato 10 maggio, ore 10

Con l’intervento del Primo ministro Ismail Haniye, in diretta da Gaza

- Per ascoltare la voce di chi vive quotidianamente l’oppressione

- Per conoscere la situazione nella Striscia, vero lager del XXI secolo

- Per capire le ragioni della resistenza palestinese

- Per condannare il golpe attuato contro i legittimi vincitori delle elezioni del gennaio 2006

- Per continuare la lotta contro l’embargo genocida

Per tutti questi motivi, per ricordare il 60° anniversario della Nakba, per protestare contro la Fiera Internazionale del Libro dedicata ad Israele ci ritroveremo a Torino sabato 10 maggio.
Aderiamo a tutte le iniziative di protesta contro la Fiera del Libro, ma vogliamo mettere la situazione di Gaza al centro della mobilitazione.
L’embargo, il lento genocidio che si sta consumando, è infatti il più grande atto di accusa sia nei confronti dello stato sionista che di chi in Italia sottolinea ogni giorno il proprio integrale sostegno ai criminali israeliani.
Chi ha voluto dedicare ad Israele la Fiera ha compiuto una chiara operazione politica ed ideologica. Rovesciamogliela contro partendo dalla denuncia dei crimini che questo stato sta compiendo.
Iniziamo a rispondere da Torino – città gemellata con Gaza – ad una politica sorda verso gli oppressi e servile con gli oppressori.

TORINO

Sabato 10 maggio – ore 10-14

Centro Italo Arabo Dar al Hikma

Via Fiochetto 15

(zona Porta Palazzo)


ASSEMBLEA - MANIFESTAZIONE

Interverranno:
Ismail Haniye, primo ministro palestinese, in diretta da Gaza
Gamal Elkoudary, parlamentare palestinese e presidente del Comitato contro l’assedio di Gaza
Giulietto Chiesa, giornalista e parlamentare europeo
Gianni Vattimo, filosofo

Presiedono Leonardo Mazzei e Angela Lano

Interverranno inoltre:
Ugo Giannangeli – Gaza Vivrà
Mohammad Hannoun – ABSPP (Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese)
Alberto Tradardi – ISM Italia (International Solidarity Movement – Italia)
Maria Grazia Ardizzone – Campo Antimperialista
Hamza Piccardo – EMN (European Muslim Network)
Vainer Burani – Giuristi Democratici

Promuovono:
Comitato Gaza Vivrà
Abspp – Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestnese

Aderiscono:
Soccorso Popolare, Padova – Fondazione Luigi Cipriani – Campo Antimperialista – ISM Italia (International Solidarity Movement – Italia) - Collettivo Iqbal Masih, Lecce – Associazione Juthur – Laboratorio Marxista – Associazione Zaatar - Antonia Sani, presidente WILPF (Women’s Intern. League for Peace and Freedom) – Legittima Difesa – Lupo, Osimo (AN) – Gp Caav (Gruppo promotore Coord. Antimperialista Antifascista Alto Vicentino) – Comunità Proletarie Resistenti

Bandiere bruciate e morti ammazzati

Allora...il Primo Maggio un ragazzo colpevole solo di aver rifiutato una sigaretta nel "salotto buono " di una città, Verona, amministrata dai "campioni della sicurezza e della tolleranza zero" del centrodestra, muore per le percosse di 5 deficienti locali con vaghe simpatie per subculture neonaziste. Un bell'esempio di "città sicura" non c'è che dire...

Il giorno dopo uno dei "campioni della sicurezza", il neo Presidente della Camera Sig. Gianfranco Fini, definisce questa morte meno grave delle bandiere israeliane bruciate a Torino, sempre il Primo Maggio, durante il corteo per la festa dei lavoratori, alzando così la tensione per la programmata contestazione contro la celebrazione del 60° anniversario della nascita di questo Stato, in programma alla Fiera del Libro prevista in questi giorni, con tanto di Capo dello Stato ad officiare il rito solenne.

Ora non c'è bisogno di una persona dotata di un'intelligenza media per capire in che razza di stato versa questa classe politica italiana, che, ben sapendo di aver promesso una marea di sciocchezze e fandonie per essere votata alle scorse elezioni, si trova con un morto provocato da italianissimi giovinotti in una delle loro "città modello" e contemporaneamente non può fare altro che distogliere l'attenzione dalle cazzate sulla "sicurezza" e omaggiare chi gli regge il culo all'estero e anche all'interno.

Due piccioni con una fava...

In più ci si mettono a coda o a trenino, come preferite, tutti gli altri "cervelli" della nostra politica a ripetere a pappagallo le solite litanìe che chi critica Israele è "antisemita" , che chi parla male di Israele fa un danno agli stessi palestinesi (??), etc. E qui si insinua il dubbio che non sia la mancanza di medicinali e di generi alimentari o i quotidiani bombardamenti e morti a turbare i sonni degli abitanti di Gaza, ma le contestazioni antisoniste in atto in Italia (?)... ma tant'è ...e via sproloquiando con tanto di scappellamenti verso Israele e non una parola spesa sulla Nakba , cioè sull'esodo di sei milioni di palestinesi nel 1946 e sul genocidio in corso a Gaza.

Insomma, il classico repertorio che assume però un sempre maggiore tono macabro se ci si sofferma a pensare ai quotidiani morti veri e non di stoffa come le bandiere che a Gaza come a Verona sono il frutto dello schifo in cui tutti siamo immersi...ma visto che siamo nell'epoca del virtuale e dell'immagine indigniamoci per i pezzi di stoffa bruciati...i morti lasciamoli perdere...sono roba che passa in fretta...il tempo di un TG, di uno speciale, di qualche dichiarazione politica e di una bella sepoltura.

Questo è il bello dello spettacolo...

 

Continua la canea sulla Fiera del Libro

''Stiamo cercando una data'' ma ''garantisco che Silvio Berlusconi manterrà l'impegno: la prima visita all'estero la farà in Israele'', assicura l'ambasciatore israeliano a Roma Gideon Meir, commentando la probabile mancata partecipazione del premier in pectore alle imponenti celebrazioni tra il 12 e il 14 maggio in Israele con il premier Ehud Olmert per il sessantesimo anniversario dell'occupazione della Palestina e della fondazione dello stato ebraico.
In un'intervista alla 'Stampa', il diplomatico israeliano ribadisce la posizione molto dura rispetto alle contestazioni che stanno interessando la Fiera del Libro di Torino che si aprirà domani con Israele ospite d'onore: chi vuole il boicottaggio della manifestazione, sottolinea Meir, ''è antisemita e vuole delegittimare lo stato ebraico''.
''Gli scrittori israeliani presenti a Torino - spiega l'ambasciatore - da Oz a Yeoshoua a Grossman, sono polemici con le scelte del governo israeliano. Boicottarli perché si presentano sotto la bandiera israeliana - conclude - significa voler delegittimare quella bandiera''.
A questo punto, noi possiamo dare alcuni consigli all'ambasciatore:
1. Tenetevi Berlusconi;
2. Apra un buon vocabolario per studiare cosa significhi la parola "antisemita";
3. Si faccia un giro a Torino, sabato, per vedere quanta gente ci sarà a gridare la propria indignazione contro Israele e la sua politica criminale.
lunedì, 05 maggio 2008

L'Egitto fa il pieno ad Israele

Mentre la popolazione palestinese della Striscia di Gaza vive da mesi al buio e senza carburante, le risorse energetiche egiziane da 2 giorni hanno aumentato di un quinto la produzione di elettricità in Israele. Un salto nelle relazioni fra i due Paesi che giunge negli stessi giorni in cui lo Stato ebraico celebra i 60 anni della sua nascita. Il potente flusso di gas partito dall'Egitto lambisce la costa della Striscia di Gaza, prosegue oltre senza toccarla e approda cento chilometri più in là, in Israele...

Quando nove anni fa lo vollero annunciare, le autorità egiziane lo chiamarono trionfalmente ''il gasdotto della pace'' , perché avrebbe dovuto collegare i pozzi di gas del Sinai con Israele, giungere nei Territori palestinesi e proseguire su fino alla Siria. Oggi però di quel progetto è stato realizzato solo un breve troncone, quello che collega la cittadina egiziana di El Arish (a ridosso del confine con la Striscia) con gli impianti israeliani di Ashkelon.

Il gasdotto è una lunga tubazione sottomarina che attraversa le acque del mare di Gaza, sulle quali le autorità palestinesi non sembrano esercitare ancora nessun tipo di sovranità. ''Il gas arabo deve rimanere ai musulmani'' ha provato a protestare Hamas.

Ora il gas egiziano ha invece iniziato ad essere pompato nella lunga condotta ed a giungere in Israele, dove le autorità lo impiegheranno inizialmente per alimentare le termocentrali di Tel Aviv e di Ashdod. Il contratto (firmato nel 2005) prevede una fornitura per i prossimi 15 anni di 1,7 miliardi di metri cubi di gas all'anno, per un valore di 2 miliardi e mezzo di dollari.

A vendere il combustibile è il consorzio del Cairo ''Emg'' (East Mediterranean Gas) del quale fa parte anche il potente imprenditore israeliano Yossi Maiman, proprietario della multinazionale ''Merhav''. Tenuto in sordina in Egitto dove l'organizzazione dei Fratelli musulmani ha già duramente criticato il governo del Cairo per aver accettato di rifornire di energia ''il paese che massacra i palestinesi'', l'avvio delle consegne di gas è passato sotto silenzio anche in Israele. Eppure l'accordo sul gas tocca per la prima volta il trattato di pace fra Israele e Egitto, rimasto congelato per trent'anni. In quella intesa, firmata nel 1979, l'Egitto si impegnava in cambio del ritiro a vendere petrolio a Israele, un patto mai violato neppure durante la prima invasione del Libano (1982), quando i paesi arabi criticarono gli egiziani di ''fare il pieno'' ai carri armati nemici.

Il contratto per il gas ad Ashkelon è stato adesso allegato all'accordo di pace e le forniture di gas sostituiscono l'obbligo sulle forniture di petrolio. Inizialmente gli egiziani avevano chiesto che una parte del loro gas servisse ad alimentare anche la termocentrale di Gaza: poi l'impianto della Striscia è stato definitivamente riconvertito in combustione a diesel e così oggi i palestinesi non possono sperare neppure in questa clausola per chiedere al Cairo di imporre ad Israele rifornimenti sufficienti. Ma il paradosso del gas non finisce qui: nelle acque del mare di Gaza (a poco più di 30 chilometri dalla costa) la società britannica ''BG'' gestice dal 2000 ricchi pozzi per l'estrazione di gas, che però sono fermi. Israele da tempo sta negoziando con gli inglesi l'acquisto di quel gas: ma il 10 per cento dei ricavati andrebbe per contratto ai palestinesi, e così il timore che i propri soldi possano finire indirettamente nelle casse delle milizie, ha finora indotto Israele a ritardare qualunque accordo, proibendo al tempo stesso che iniziassero le estrazioni.

Geografia, Geopolitica e sviluppo territoriale

Se l’oggetto di studio della geografia è l’insieme dei fenomeni territoriali, la geopolitica, nata a sua volta dalla geografia, è un metodo di analisi di alcuni conflitti aventi il territorio come posta in gioco. Quest’ultimo può essere considerato come la porzione di spazio che si vuole indagare e che viene analizzata secondo diverse variabili, a più livelli; l'analisi viene fatta su più insiemi (dalla scala planetaria a quella dei quartieri di una città) che vengono rappresentati al livello cartografico. L’analisi del territorio è spesso strumentalizzata dall’attore pubblico che la utilizza per trasmettere un proprio messaggio e usa strategicamente la carte geografiche per rappresentare le sue idee così da poter proporre i propri interventi sul territorio.

Lo sviluppo  territoriale è inteso come una catena di squilibri generati dalla concentrazione degli impulsi di crescita in alcuni luoghi, con l’avvio di processi moltiplicatori che generano una nuova domanda di investimenti, ulteriori flussi migratori in entrata, necessari per soddisfare la domanda di lavoro regionale e un generale impulso allo sviluppo regionale e un generale impulso allo sviluppo di attività produttive e di servizio.

Da un punto di vista teorico il locale emerge come dimensione privilegiata dello “sviluppo”.

Una ventina di anni fa Giuseppe Dematteis sosteneva che, almeno apparentemente, quando si usa il termine “sviluppo locale” tutti ci capiamo ma non vale la stessa cosa quando se ne volesse dare una definizione “scientifica” [1].  È vero che, attribuendo al concetto un valore metaforico, attraverso di esso “alludiamo” a fatti diversi e interpretati secondo prospettive diverse. Allo scopo di cogliere la specificità della prospettiva dello sviluppo locale possiamo lavorare in opposizione rispetto alle politiche regionali. Ad una prima osservazione generale almeno quattro aspetti caratterizzano l’approccio tradizionale: focalizzato sull’impresa, standardizzato, basato su un regime di incentivi [2]. Sulla base di questi assunti, lo stimolo allo sviluppo economico è visto in una nuova prospettiva: le politiche si concentrano sul rafforzamento delle reti associative e non sul singolo attore [3]; la finalità delle politiche è di promuovere la negoziazione e far emergere razionalità procedurali e adattive negli attori;il processo di governance si fonda sulla mobilitazione di una pluralità di organizzazioni anche al di fuori degli attori di mercato e degli attori pubblici;l’insieme di questi attori e organizzazioni costtuiscono un istitutional thickness che garantisce la tenuta sociale dello sviluppo economico [4].

Lo sviluppo territoriale permette di cogliere dinamismi locali, che possono essere considerati come processi relativamente spontanei di sviluppo locale e di riflettere quindi sull’applicazione a-critica dell’approccio dello sviluppo locale anche a quei territori (o a quei problemi) che richiedono anche politiche differenti, poiché le capacità auto-organizzative e auto-rappresentative del locale sono assai deboli e limitate o, infine, di prendere atto che accanto a dinamiche di sviluppo territorializzato, tendono a prevalere logiche di sviluppo sempre più deterritorializzato, che risolvono a scale sovralocali le regolazioni tra società e ambiente. È importante saper interpretare criticamente le esperienze, provare a smontare e a rimontare programmi, azioni, processi di sviluppo locale al fine di contribuire ad affermare una visione specifica e territorializzata, ma anche aperta alle relazioni che legano le diverse scale implicate nelle trasformazioni.

 Il territorio è assunto quindi come elemento centrale, non solo come fattore di produzione”, ma soprattutto nel favorire, o meno, il confronto, la sinergia, le interazioni fra le diverse dimensioni che connotano il processo di sviluppo e i diversi attori che in esso agiscono [5]. Nell'impostazione tradizionale [6] l’atto di pianificazione e di definizione delle strategie territoriali erano basati su un assetto prevalentemente statutario, da alcuni anni il corpus disciplinare ha espresso l'esigenza di un diverso approccio al piano, inteso non più come atto statico, ma come esito di un processo dinamico e concertato [7] . Questo implica profondi cambiamenti sia nel metodo di raccolta e decodifica delle istanze da parte degli attori istituzionali, sia negli strumenti di pianificazione e valutazione del divenire del territorio. In realtà pensare di ripartire il territorio senza avere chiaro l'obiettivo e l'ambito di applicazione dell’azione di piano rischia di essere assolutamente rischioso oltre che dannoso, diviene quindi indispensabile individuare dei sistemi locali e territoriali omogenei sui quali agire al fine di strutturarne il divenire. La gestione e l’intervento sul  territorio sono sfere di competenza dell’attore pubblico (dal livello comunale a quello sopranazionale), che influenza l’evoluzione del territorio stesso attraverso il servizio pubblico. Questa azione deve essere specifica e mirata al territorio in cui l’attore pubblico opera. A tal fine egli si avvale di un’analisi territoriale che gli permetta di prendere la decisione che soddisfa maggiormente la sua strategia. Ad oggi il concetto di servizio pubblico si sta modificando, soprattutto per il maggior ruolo che gioca l’U.E. in ogni paese europeo, in modo da poter raggiungere un certo livello di omogeneità  tra i Paesi membri dell’Unione Europea stessa.

Vegetaryan

Note:

[1] Giuseppe Dematteis ,1991, p.42

[2] Amin, 1999

[3] Cooke e Morgan, 1998

[4] Amin e Thrift, 1995

[5] Egidio Dansero, Francesca Governa ,“Geografia e sviluppo locale: itinerari di riflessione e prospettive di ricerca”, AGEI-Geotema, 26

[6] Bentivegna, 1995

[7] Crosta, 1991



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